Viene ora l'altro divertimento, che praticasi
in Oristano nel carnevale, quale
è nominato SARTIGLIA, divertimento carnevalesco, corsa
a cavallo con maschera veramente bella a vedersi.
In questo modo ci ritroviamo a parlare anche per l'edizione
2008 di quella che rimane una delle massime espressioni storiche
folkloristiche e di costume della nostra Isola: la Sartiglia
di Oristano che con tutto il suo rituale, continua ad emozionare
ed a mantenere intatto il suo sapore magico e sacro.
Il Torneo ha sicuramente origini molto remote e sembra siano
stati i Crociati ad averlo introdotto in Occidente, fra il
1118 e il 1200 ovvero fra la prima e terza Crociata, unitamente
alla Quintana di Foligno e alla Corsa del Saracino di Arezzo.
I crociati appresero dai Saraceni, loro avversari, questi giochi
militari che si rivelarono molto utili per l'addestramento
delle milizie.
Antichi storici di milizie descrivono che il gioco dell'anello
consisteva nel sospendere, nel percorso stabilito, un anello
all'altezza di un uomo a cavallo che il cavaliere doveva cercar
di infilzare con la lancia o con la spada. In seguito il gioco
dell'anello e della quintana vennero chiamati giuochi d'armi
cortesi in quanto caduta in disuso la lancia per l'invenzione
della polvere da sparo, tali giuochi vennero adottati solo
come esercizi di addestramento delle giovani reclute di cavalleria.
Tali giochi ebbero larga diffusione e successo in Spagna dove
i giovani del luogo competevano con i validi cavalieri moreschi.
Ed è proprio così la Sortija spagnola che venne
importata in Sardegna, non già dalla Toscana, ma dalla
Spagna stessa dove ancor prima degli spagnoli la praticarono
i Mori. I legami tra la Corte d'Arborea e la Corte Aragonese,
permise che giudici e donnicelli di quest'ultima corte venissero
educati presso la Corte d'Aragona e di conseguenza aver introdotto
il gioco equestre nella città giudicale. Si potrebbe
datare la presenza della Sartiglia ad Oristano intorno alla
metà del sec. XIII.
Nel 1479 dopo la disfatta di Macomer, gli Aragonesi entrarono
in Oristano, e la Sartiglia ebbe un notevole incremento. L'evoluzione
della Sartiglia seguì l'andamento della storia: con
la trasformazione delle strutture feudo-cavalleresche, il gioco
venne trasferito in ambiente borghese e popolare e se dapprima
era espressione del folklore delle classi nobili e di potere,
solo in seguito diverrà espressione di vita, costumi
e tradizioni popolari. Che il gioco equestre ebbe provenienza
spagnola
è fuor dubbio, ad iniziare dallo stesso nome Sartiglia
che deriva proprio dallo spagnolo Sortija e quest'ultima dal
Latino Sorticula, anello, ma anche diminutivo di Sors, fortuna.
Così come di chiara derivazione ispanica è il
nome di colui che è il capo supremo della corsa su "Componidori"
da "Componedor", il maestro di campo figura tipicamente
militare della sortija spagnola. La tradizione narra che durante
il Carnevale, frequenti furono le risse sanguinose fra i soldati
aragonesi e i cavalieri locali: proprio la confusione carnevalesca
era un' occasione propizia per dare sfogo all'odio dei locali
nei confronti degli aragonesi dominatori. Al fine di scongiurare
tali episodi nel 1500 un canonico della Cattedrale, Giovanni
Dessì, istituì un legato a favore del Gremio
dei Contadini per il mantenimento nella Sartiglia.
Il gremio, in seguito società di Santu Juanni e' froris,
ha goduto di un lascito con l'usufrutto di un fondo rustico
per sostenere tutte le spese necessarie perchè la corsa
si effettuasse. Il ricavato di detto fondo doveva essere devoluto
esclusivamente per la Sartiglia da qui il nome di "Su
Cungiau de Sa Sartiglia".
Da quel momento venne assunto l'impegno di far correre la Sartiglia
l'ultima domenica di Carnevale, dopo il canto del Vespro da
parte del Capitolo, mentre per la corsa del martedì successivo
l'impegno venne rispettato in seguito dal Gremio dei Falegnami
(Società
di San Giuseppe). Condizione improrogabile è quella
di far svolgere la corsa in qualsiasi situazione metereologica,
economica, sociale.
Abbiamo sottolineato che la Sartiglia è interamente
sotto la direzione de su "Componidori" figura che
richiama alla mente tutto il mondo militare, cavalleresco e
nobile del passato. Il 2 di febbraio, il giorno della Candelora
il paese viene a conoscenza dell'identità
del Componidori poichè il presidente del gremio con
tutti i gremianti gli porta la benedizione e la candela (di
San Giovanni o di San Giuseppe); egli a sua volta sceglie e
contatta i suoi due luogotenenti: su "Segundu"
e su "Terzu".
Dopo lunghi e faticosi preparativi,
arriva il giorno della competizione quando il primo atto della
manifestazione
è la Vestizione de su "Componidori' momento magico
e di grande carica emotiva per chi ha avuto la fortuna di assistervi
La vestizione avviene su un tavolo (mesitta) sul quale è posta
una sedia per su "Componidori", il quale verrà vestito
con cura da due ragazze in costume. "sas massaieddas" guidate
dalla moglie del Majorali "Sa massaia manna".
Il
capo-corsa si presenta al rito con i calzoni corti aderenti
di pelle color miele e gli stivaloni; il suo costume non differisce
di molto dal costume tipico di contadino campidanese del '700.
A questo, si aggiunge il coietto, un giaccone di pelle senza
maniche che copre dalle spalle alle ginocchia; ai fianchi
è stretto da un largo cinturone di pelle; quindi sulle
maniche sbuffate della candida camicia di lino vengono legati
due fiocchi di seta del colore del gremio (rosso o rosa). Ogni
mutamento della figura avviene in una atmosfera irreale e solenne: è la
magia della trasformazione. Dopo il coietto è la volta
dell'elemento più
importante: la maschera. Essa viene assicurata al volto oltre
che da legacci, da fazzoletti di seta che fasciano la nuca
e il viso del cavaliere, lungo l'orlo della maschera stessa.
Il rullo dei tamburi si fa assordante sempre più; non
c'è più l'uomo con un nome e con un viso: ora è su "Componidori",
un semidio senza gioia ne dolore ne sesso e la maschera di
legno appare androgina, maschile e femminile allo stesso tempo.
La vestizione, scandita dal suono dei tamburini e squilli di
tromba, con la sistemazione, sul capo del cavaliere, del velo
bianco finemente ricamato e sopra un cappello a cilindro nero.
Ultimata la vestizione viene introdotto nella stanza il cavallo
ed avvicinato al tavolo poiché su "Componidori" dal
momento in cui
è salito sul tavolo per la vestizione, egli non potrà
più toccare terra. Secondo la tradizione cavalleresca,
la magia del rito ha trasmesso al cavaliere una carica particolare
che da essere umano lo fa divenire essere divino, ed in seguito
a questa sacralità
egli rispetta l'antica regola: una volta in sella su "Componidori"
non "podi ponni pei in Terra" (non può mettere
piede in terra) poiché in tal caso annullerebbe la sua
sacralità.
Una volta assestato il cavallo, su "Componidori",
riceve da d'Oberaju Majore (il Presidente del Gremio) la cosiddetta "Pippia
de Maju" (Pupa di maggio) una sorta di scettro composto
da un fascio di pervinca con alle estremità due grossi
mazzi di viole mammole. Lo scettro è una delle tante
forme dei cosiddetti maggi ovvero rami fioriti, mazzi o addirittura
un intero albero presenti in particolari solennità per
l'inizio della primavera: dunque un'espressione della natura
in crescita. Con la "Pippia de Maju" su "Componidori"
segna un'ampia croce sui presenti in segno di benedizione e "Sa
Massaia Manna" invoca l'aiuto di San Giovanni ("Santu
Giuanni t'assistada") o San Giuseppe ("Santu Giuseppi
t'assistada"). A questo punto il silenzio regna all'interno
dell'ampio salone dove
è avvenuta la vestizione; questo per non innervosire
ulteriormente il cavallo che deve uscire per dare inizio alla
sfilata.
Su "Componidori"
con grande calma e freddezza monta sul cavallo e si riversa
supino su di esso indirizzandolo verso l'uscita. Dinnanzi alla
porta su "Componidori"
viene accolto dai suoi due aiutanti di campo (su Segundu e
su Terzu) e da tutti gli altri cavalieri mascherati, vestiti
con splendidi costumi e cavalli riccamente bardati.
Tutt'intorno
la magnifica coreografia della folla che applaude e che s'appresta
a seguire il culmine della manifestazione: la corsa alla stella.
Il tutto viene sottolineato dal ritmo impeccabile dei tamburini
e dagli squilli di tromba che ci riportano indietro di qualche
secolo.
Si forma così il corteo che dovrà
raggiungere il Duomo: dinnanzi tamburini e trombettieri appiedati,
dietro la bandiera del Sodalizio seguita da s'Oberaju Majore
o Maggiorali, il suo vice e tutti i membri del Gremio che portano
le spade, lo stocco e la stella. Dietro avanza imponente su "Componidori" con
alla sua destra su "Segundu" e alla sua sinistra
su "Terzu"
cui seguono i numerosissimi cavalieri scalpitanti e fieri.
Il luogo dello spettacolo è presso la cattedrale, ed
ivi in mezzo al popolo muovono da una parte su "Componidori",
dall'altra su "Segundu"
scontrandosi sotto il nastro che ha pendente la stella; incrociando
le spade, saluta per tre volte le persone presenti alla giostra
e per tre volte passa sotto la stella con un evidente valore
propiziatorio.
Il rullare sempre più insistente dei
tamburi preceduto dagli squilli di tromba, sottolineano la
spettacolarità della festa. L'immagine del cavaliere
al galoppo, con il braccio teso, spada in pugno con la quale
sfida la sorte, rimane impressa negli occhi di tutti i presenti.
Se la stella viene infilzata, l'entusiasmo della folla è
al massimo, ma se per sfortuna il cavaliere fallisce
l'obiettivo si ha un'esclamazione di delusione. Su componidori
concede la spada ad altri cavalieri in segno di fiducia o di
sfida per poter manifestare tutta la loro bravura: tentano
la sorte alla stella e quanto più numerosi saranno
i centri tanto più generoso sarà il raccolto.
La corsa si conclude con su "Componidori" che attraversa
il percorso, supino sul cavallo, benedicendo con sa "Pippia
de Maju"
la folla che applaude (sa "Remada").
Ricomposto quindi ìl
corteo, ci si appresta ad assistere in Via Mazzini alla corsa
acrobatica delle pariglie ove tutti i cavalieri, tranne "su "Componidori"
ed i due luogotenenti, si esibiscono a
pariglias in tre sfidandosi
in spericolate acrobazie equestri.
I cavalieri hanno occasione
di esplicare tutta l'abilità e il coraggio effettuando
figure acrobatiche stando in piedi sulla groppa dei loro cavalli
in uno sfrenante galoppo. E la parte più spettacolare
della manifestazione ove si nota la simbiosi uomo-cavallo e
dove la sacralità viene sostituita dal coraggio e la
bravura individuale si manifesta con il gioco di squadra. Non
si ha la percezione del pericolo poiché le figure sono
provate e riprovate. Se uno ha paura non corre... un occhio
al cielo che diventa più scuro... una sensazione di
appagamento o di delusione alla fine.., ma ... su tutto...
un'idea:- "Se l'anno prossimo fossi io su Componidori
?".
L'ombra grande della sera coi primi brividi di freddo,
getta sulla folla e sui cavalieri un alone di tristezza, finché su "Cumponidori" affiancato
da su Segundu e da su Terzu annuncia la fine della competizione
passando, di gran galoppo, supino sul cavallo, con sa "Pippia
De Maju" vibrata in gran segni di croce. E lo spettacolo è finito.
Su "Cumponidori"
in testa tra su Segundu e su Terzu e tutti gli altri al seguito,
si dirigono verso dove si tiene la cerimonia della Svestizione.
Rimossa la maschera si scopre il volto dell'uomo pieno di soddisfazione
e di gioia per essere stato chiamato dalla sorte a rivivere
un momento della storia e delle tradizioni oristanesi. Al rito
di chiusura tutti i partecipanti alla giostra carnevalesca
partecipano a una cena particolarmente festosa (con squilli
di tromba e rullare di tamburi) offerta dai Gremì
organizzatori. Ringraziando San Giovanni o San Giuseppe per
aver terminato
"bius e sanusu" (vivi e sani) anche questa Sartiglia
augura a tutti:
et bivat Su Componitori! .... e Su Segundu! ... e Su Terzu!
e Su Presidenti! .... e tottu Sa Cumpangia!
"ATRUS' ANNUS MELLUS".
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Testo tratto e adattato da un Opuscolo
del "Comitato Sartiglia
1999"
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Manifesto Sartiglia 2008
Orari e Informazioni:
www.fondazionesartiglia.info
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