Sul finire del Cinquecento, ad Algeri, agirono successivamente
due missioni, organizzate dalla Compagnia del Gonfalone
di Roma allo scopo di redimere e
manibus infidelium i
cittadini dello Stato Ecclesiastico schiavi di quella
reggenza barbaresca (1). Dell'una e dell'altra,
tra il febbraio del 1585, fece parte Giovanni
Sanna, un prelato sardo qualificato decano della Chiesa d'Ales
e vescovo d'Ampurias (2); il quale, pur impegnato a operare
in nome e per conto del Gonfalone, era autorizzato a riscattare
autonomamente gli schiavi sardi presenti in Barberia (3).
La corsa barbaresca, matrice della schiavitù cristiana,
per la sua straordinaria espansione specialmente dopo la
battaglia di Lepanto, costituiva un'insidia e un'offesa per
tutti gli stati
europei rivieraschi del Mediterraneo (4), tra i quali
il regno di Sardegna era particolarmente esposto alle incursioni
ed alle razzie corsare, di cui soffriva le più pesanti
conseguenze, militari, economiche, sociali e soprattutto
umane.(5). Schiavi sardi popolavano in buon numero i bagni
d'Algeri, Tunisi, Tripoli ed altre città nord-africane,
ed alimentavano la schiera numerosa dei rinnegati, dalle
cui file, già nella prima metà del Cinquecento,
era uscito un sovrano d'Algeri(6). Sardi furono anche non
pochi giannizzeri e rais, i capitani di vascelli corsari
autori di numerose incursioni nell'isola e padroni, a loro
volta, di non pochi altri schiavi sardi (7).
La causa del riscatto degli schiavi sardi in Barberia aveva
condotto Giovanni Sanna a Roma — forse per iniziativa
personale, forse per sollecitazione di governanti — per
cercare d'associarsi a una missione dello Stato della
Chiesa, che gli permettesse d'accedere al mercato degli schiavi
cristiani e operarvi con reciproca utilità. Da
una parte conveniva al decano d'Ales potersi presentare come
membro d'una missione regolarmente accreditata presso
le reggenze barbaresche, atteso che le iniziative d'isolati
redentori non davano alcuna garanzia di sicurezza e di riuscita;
d'altra parte conveniva al Gonfalone potersi avvalere
della dignità ecclesiastica e della dottrina del decano,
al quale fu perciò riconosciuta, fra i redentori romani,
una posizione di grande rilievo e responsabilità(8).
Il
grado del Sanna nella gerarchia ecclesiastica risulta con
sicurezza da molteplici documenti, nei quali egli figura,
per tutto il 1584 ed il 1585, come Iohannes Sanna Decanus
Ecclesie Usellensis(9); egli stesso, del
resto, nella corrispondenza pubblica e privata si sottoscrive
Gio. Sanna sardo decano de Ales (10). A partire
dall'autunno del 1586 si comincia a scrivere, curialmente,
di Iohannes
Sanna Episcopus Ampuriensis ... Decanus de Ales(11),
ovvero, volgarmente, di Giovanni Sanna monsignore
d'Ampurias (12) ; mentre si fa riferimento, concretamente,
ai negozi e alle rendite del suo vescovato in Sardegna
(13). E' significativo che Gio. Sanna, ormai vescovo
d'Ampurias ed accolto nella sua Sardegna con gli onori riservati
a un cardinale, amasse pur sempre definirsi, non sappiamo
se umilmente od orgogliosamente, decano d'Ales(14).
Sulla dottrina del Sanna possediamo la testimonianza, indiretta,
di Sisto
V, che in una lettera personale del 28 settembre
1586 gli si rivolge come a doctori utriusque iuris (15) ;
ma sulla sua cultura, in senso più lato, possediamo
la testimonianza, diretta ed eloquente, dei suoi autografi.
A buona ragione, dalla Compagnia del Gonfalone venne affidata
al decano d'Ales la compilazione di tutti i più importanti
documenti finanziari e contabili, dai contratti di compravendita
degli schiavi alle quietanze di pagamento, dalle lettere
di cambio ai rendiconti delle missioni(16) ; gli
venne inoltre affidata, per la sua buona conoscenza delle
lingue, la cura dei rapporti diplomatici, con governanti
cristiani e musulmani, e dei rapporti con gli stessi schiavi, appartenenti alle più disparate nazionalità(17).
Il 31 ottobre 1584 Giovanni Sanna assumeva il formale impegno
di recarsi una prima volta «ad Algeri et altri luoghi
di Barbarla» come deputato alla redenzione di schiavi «del
Stato Ecclesiastico», unito a una missione del Gonfalone
di cui facevano parte i padri cappuccini Pietro da
Piacenza e Filippo da Rocca Contrada ed il laico romano
Ludovico Giugni(18). Questa missione mosse da
Roma ai primi di dicembre del 1584, sostando a Pisa, Lerici,
Genova e Marsiglia ; di qui salpò per Algeri il 1° febbraio 1585,
approdandovi il 20 dello stesso mese(19).
Ad Algeri, presentate le credenziali al pascià ed
ottenutane licenza(20), in un paio di mesi si procedette
al riscatto di 74 schiavi(21), fra i quali erano 4 sardi,
che nel «Libro delli schiavi» conservato nell'archivio
del Gonfalone troviamo descritti così(22) :
«N. 77. Nicolò Conca, sardo, nepote de ms. Antonio Lecca, preso
da vascelli d'Algieri in una nave che veniva da Cagliari á Roma, è schiavo
de Braim Mustafà et detto Nicolò è de età de anni
22. Racomandato dal Cardinal Farnese. Rescattato l'anno 1585 per scudi 250
d'oro in oro cioè scudi settantacinque de moneta ha sborsati per
lui el zio et il resto ha pagato la Compagnia.
N. 275. Simone Mula, sardo, preso in Sardegna, è stato
33 anni schiavo de Mami d'Agi et è de età de
anni 60. Rescattato l'anno 1585 per scudi 30 d'oro in oro
de danari del S.or Decano.
N. 276. Gio. de Giovanni Porco, sardo della Villa de Cagliari,
preso in Santa Caterina de Pizzinurri, è stato schiavo
cinque anni de Mamet Aga turco, de età de anni 30.
Rescattato l'anno 1585 per scudi 80 d'oro in oro de danari
del S.or Decano.
N. 277. Pietro Pigliona de Gio. preso in Sardegna è stato
schiavo 4 anni et mezzo de Mustafà de Sofi et è de
età de 40 anni. Rescattato l'anno 1585 de danari
suoi proprij per scudi 105 d'oro in oro».
Da diversa fonte si ha poi notizia d'un'anonima donna
sarda riscattata dal decano ma subito morta di peste.
Del suo riscatto non sono note altre modalità,
compreso il prezzo (23).
Vale la pena osservare che i prezzi di riscatto degli
schiavi sardi presentano una variabilità piuttosto
estesa, dai 30 scudi di Simone Mula ai 250 scudi di Nicolò Conca,
ed un valor medio sui 99 scudi, sensibilmente inferiore
al prezzo medio pagato per gli altri schiavi riscattati
dal Gonfalone, di circa 122 scudi per testa. A parte
la scarsità dei dati sui quali fondare il confronto,
si deve dire, in proposito, che i prezzi di riscatto,
in generale, erano variabili in funzione di diversi fattori,
quali la nazionalità, il sesso, l'età,
lo stato di salute, la condizione economica personale
e familiare, l'abilità. professionale dei riscattati (24).
Personalmente il decano d'Ales sostenne la spesa del
riscatto di Simone Mula e Giovanni Porco, per complessivi
110 scudi d'oro, e dell'anonima donna morta di peste,
non specificata. Va poi tenuto conto dei diritti gravanti
sull'operazione, pertinenti al pascià ed
ai suoi ufficiali, che non ammontarono a meno del
20 per cento del puro prezzo di riscatto (25), oltre
ancora una quota delle spese generali d'organizzazione,
trasferimento e residenza ad Algeri della missione (26).
Il tutto dovette portare all'esborso di più di
200 scudi, ai quali andrebbero infine sommati i
denari elargiti dal Sanna per sovvenire alle necessità della
comune opera di redenzione, non precisabili ma ammontanti
a diverse altre centinaia di scudi(27). Il che, se testimonia
della generosità del decano, testimonia pure d'una
certa larghezza dei suoi mezzi finanziari.
Il positivo contributo dato da Giovanni Sanna alla prima
missione del Gonfalone in Barberia fu prontamente riconosciuto
ed apprezzato dal capo-missione Pietro da Piacenza, che
il 20 aprile 1585 ne riferiva a Roma in questi termini: «Il
Sr. Decano è boniss.o instrumento per questa opra,
per essere di boniss.a conscienza pieno di charità tutto impiegato a
beneficio de' poveri schiavi, et è stato causa
che la Compagnia ha sparagnato qualche centenaro de scudi
che si sarebbero pagati de interesse per bisogni che
sono occorsi alli quali egli ha suppliti con li suoi
proprij danari, prego dunque le SS. VV. farne stima,
et farne gran capitale perché giovarà molto
al negotio, oltre che serve nelle confessioni grandem.te
per havere molte lingue» (28).
Quanto alla causa degli schiavi sardi, seppure i riscattati
furono pochi, non per tanto la spedizione del decano
può essere giudicata infruttuosa, trattandosi
d'una prima esperienza messa a frutto nella seconda missione
del Gonfalone, alla quale egli venne associato poco più tardi.
Ad Algeri, intanto, con l'arrivo della primavera era
scoppiata la peste (29). Lasciati i padri Pietro
e Filippo ad assistere gli schiavi cristiani(30),
non meno di venticinquemila secondo la testimonianza
dei redentori(31), Gio. Sanna e Lodovico Giugni,
con i cristiani affrancati, il 30 aprile 1585 s'imbarcarono
alla volta di Civitavecchia,
toccandone il porto il 24 maggio; di lì, per Santa
Severa e Malagrotta, il gruppo raggiunse Roma, dove i
riscattati sarebbero stati presentati al papa. Ne dà notizia
il decano in persona, in due lettere indirizzate da Civitavecchia
ai guardiani dell'Arciconfraternita del Gonfalone, che
trascriviamo di seguito. La prima, del 24 maggio: «Ill.mi
Sig.ri, in q.a ora che saranno le 18 siamo rivati qua
con li christiani ricatati in Algieri dal quale luoco
partimo l'ultimo di Aprile. Ci siamo representati al
S. Comissario di questa terra. Ci ha fato molte careçe
la gente d'està terra.
Vi avverto che per molti buoni rispeti mi ha parso che
non desimbarque nessuno insino che le SS. V.re ordinerano
quello che si ha di fare et come si ha de far venire
la gente a Roma che passano il numero di 60. Mostrarvi
il modo di come siano tanti se dirà de boca. Solo
suplico a le SS. V.re darne l'ordine quanto più presto
et il modo che si ha da tenere in condurre deta gente,
si sarà per terra, o, per mare. Questa ho dato
al Sig.or Jac.o Lorenzo Songia per che mandi un huomo
con diligenzia a dare aviso a le SS. V.re a le quali
che Dio benedetto feliciti come desiderano questi suoi
servitori. Di Civita Vecha a li 24 di Magio 1585. De
le V.re Ill.me Sig.e aff.mo servitore Gio. Sanna decano
de Ales»(32). La seconda, del 27 maggio: «Molti
Ill.i Signori, con ms. Evangelista ho ricevuta
oggi la de le SS.V.re et si ha fato lista de gli christiani
ricatati in Algieri che verano a Roma a bagnare li piedi
a Sua S.tà et fare reverentia et rendere gratie
a le SS. V.re de gli beneffici recevuti, et che spetano
de recevere. Se con la prima che scrissi alle SS. V.re
fui breve sono con questa più solo a dire che
mando a le SS. V.re le incluse letere, et, io non scrissi
per danari per che non erano bisogno et manco mi servirò del
credito de li 40 sc. che ms. Evangelista porta. Oggi
ci porteremo a dormire a Santa Severa et domane
che sarà martidì dormiremo a Malagrotta
et questa serve per aviso et con questo baggio le mani
a le SS. V.re. Di Civitta Vecha a li 27 maggio 1585.
D. L. S. V.re aff.mo servitore il decano de Ales Gio.
Sanna» (33).
Trascorsi sedici mesi dagli eventi descritti, nel settembre
del 1586 ritroviamo a Roma il decano dAles, in procinto
d'essere eletto vescovo d'Ampurias, intento a stringere
un patto col Gonfalone, in virtù del quale egli
si sarebbe recato una seconda volta in Barberia come
redentore della Compagnia, alle stesse condizioni della
prima volta, cioè a proprie spese ma con la libertà di
riscattare per proprio conto un certo numero di schiavi sardi(34).
La nuova missione del Gonfalone, formata, oltre che da
Giovanni Sanna, dai padri cappuccini Dionigi da Piacenza,
Arcangelo da Rimini, Angelo da Forlì e Ilario
da Bologna, salpò da Civitavecchia il 29 settembre
1586 e fece tappa ad Alghero (35), accolta
con sollecitudine ed onore dalle locali autorità,
come efficacemente riporta il padre Dionigi: «Gionti
qui siamo stati tanto accarezzati dal Monsig.re Ill.mo
di questa Città quanto
non si potria di più principalmente per rispetto
di Monsig.re nostro e poi voi altri Sig.ri et devotione
dell'habito nostro e cossi siamo grandemente accarezzati
da tutti e Monsig.re principalmente è tanto acarezzato
e visitato da Alcaldi di quest'Isola e presentato come
se fosse gionto un gran cardinale» (36).
Da Alghero, lasciati provvisoriamente a terra per infermità i
padri Arcangelo ed Ilarione, il 29 ottobre si riprese
il mare per Algeri, sbarcandovi il 5 novembre seguente (37).
Preso nuovamente contatto col pascià ed
ottenute le necessarie autorizzazioni, i redentori
si misero prontamente all'opera ed entro il gennaio del
1587 conclusero il riscatto di ben 242 schiavi cristiani,
23 dei quali, questa volta, erano sardi(38).
Tutte le operazioni si svolsero dentro la città d'Algeri,
quantunque a Giovanni Sanna, come redentore e come
vescovo d'Ampurias, fosse stato concesso un salvacondotto
che gli dava la più ampia libertà di movimento
per tutta la Barberia. Nell'originale bilingue, «in
idioma italiano e turchesco», si legge quanto
segue : «Noi Mahamet Bascià vice Re e Locotenente
Generale della Città de Algeri e dil suo destritto,
et giurisditione, concediamo libero, e franco salvo
conduto e bona licentia a Mons.r.mo de Ampurias, di Sardigna,
uno delli redentori dell'elimosina della venerabile Archiconfraternità dil
Confalone di Roma, che possa andare, e tornare col suo
vasciello, ò de altri, tanto sagettìe,
come caravelle, orca, nave, barca, fregata, o qual si
voglia, sia franco e salvo in ogni parte, tanto detto
redentore come qual si voglia persona che in detto vasciello
si troverà, e perché siamo tutti sogetti
alla morte, ò occorrendo che detto Mons. Redentore
venisse a morte, ò che restasse per infermità o
in altro impedimento senza potere tornare in tal caso
la veneràbile archiconfraternità possa
liberam.te nominare altro redentore, uno ò quanto
loro piacerà, in luoco dil sopra detto Mons. e
questo salvo conduto s'intenda per quelli che saranno
nominati, e per li compagni, e tutti li altri che
in detto vasciello saranno con loro robe, e mercantie
tanto di essi come dil patrone, e marinari e passsaggieri,
che vi sarano siano di qual si voglia natione, quali
posciano andare, venire, stare, negotiare, contrattare,
liberam.te in questa nostra città de Algeri, et
altri luochi soggetti alla nostra giurisditione, tanto
da ponente come di levante, e quando per diffetto di
tempo o altra cosa facessero scalla, o scorressero in
isolle, terra ferma o in altro luoco sotto le fortezze,
et in qual si voglia parte di Barberia et paesi a noi
soggetti,
siano non di meno salvi con loro robe, e tutti di detto
vasciello, portandoli rispetto e facendoli ogni cortesia
et honore, da qual si voglia sorte di corsari, che siano
sotto nostra obbedienza, e comando in qual si voglia
mare che li trovassero di Spagnia, Napoli, Sicilia, Sardignia,
Corsica, Genova, Calabria, Francia et per tutto
il mare bianco, comandiamo ad ogni bei e Cap.no d'Algeri,
et ad altri Capitani rais, tanto di vascielli grossi,
galleote, bergantini, fregatte et a qual si voglia altro
corsario alla nostra giurisditione sogetto, che trovando
li sopra detti Redentori, con loro vascielli, e suoi
compagni et qual si voglia altro li debbiano osservare
quanto in questo salvo conduto si contiene, sotto la
pena a qui contrafarà di perder la vita e la roba,
et per quanto loro stimano, de non incorrere nella disgratia
dil nostro Gran Sig.re e patrone soltan Morato Ottomano,
subito visto e letto questo nostro salvo conduto, li
prestino fede, obbedienza, e lo restituirano e tornerano
cortesem.te al sopra detto redentore essendo così nostra
mente, e volontà, con lasciarli andare à seguitare
il loro camino, senza nissuna sorte de impedimento. Datto
in Algeri nel palatio della nostra solita residentia,
firmato della gran ferma, scritto del mio regio secrettario
e sigilato con il nostro solito sigillo reale questo
a dì 16 di Genaro 1587» (39).
Nel solito «Libro delli schiavi» del Gonfalone i sardi riscattati
sono descritti come segue (40) :
«N. 575. Giuliano Cuccù sardo d'Ampurias è stato schiavo
anni 36 del Caito Aut. Rescattato su la parola del Vescovo
de Ampurias per conto suo per doble 150 (sc. 40,5) de moneta de Algieri l'anno
1587.
N. 576. Pietro Sanna d'Ampurias stato schiavo 13 anni del Caito Aut. Rescattato
da Mons.or d'Ampurias l'anno 1587 per doble 150 (sc. 40,5) su la parola de Mons.or.
N. 577. Andrea della Cona d'Ampurias schiavo de Caito Aut 15 anni. Rescattato
de Mons.or d'Ampurias l'anno 1587 per doble 210 (sc. 54) preso su la parola de
Mons.or.
N. 589. Bastiano de Mellone sardo schiavo de Isuf Odobasci
renegato sardo è stato
un anno et mezzo schiavo. Rescattato l'anno 1587 dal Vescovo
de Ampurias per suo conto per doble 380 (sc. 102,5).
N. 600. Gasparo Cuccu sardo, preso in Sardegna, è
stato
schiavo otto anni de Isuf Odobasci renegato sardo. Rescattato
l'anno 1587
da Mons.or d'Ampurias per doble 400 (sc.
108).
N. 601. Antonio sardo, preso in Sassari, è stato
schiavo 8 anni de Musa rais. Preso da Mons.or d'Ampurias
per conto suo per doble 300 (sc. 81). Rescattato l'anno
1587.
N. 605. Chirico de Rafando de Agios Diocese de Ampurias
schiavo 3 anni de Osta Casson renegato spagnolo. Rescattato
l'anno 1587 da Mons.or d'Ampurias per conto suo
per doble 250 (sc. 67,5).
N. 606. Gio. de Rafando sardo de Agios Diocese de Ampurias è stato
doi anni schiavo de Osta Casson. Rescattato l'anno 1587
da Mons.or d'Ampurias per doble 600 (sc. 162).
N. 608. Hieronima Castellona, presa nella nave de ms.
Bartolomeo Nater venendo da Genova, schiava 17 anni
de Amorat rais. Rescattata l'anno 1587 (sc. 51,5).
N. 677. Lionardo Soggia da Sassari, preso in Sardegna, è stato
schiavo 20 anni de Maemet Cifat. Rescattato l'anno 1587
(sc. 17,5).
N. 680. Giovannicca de Antonio Carta della Villa d'Aggio
in Sardegna, presa in terra a Curte, schiava del Catavo
Baluc basci doi anni. Rescattata l'anno 1587 (sc. 81).
N. 681. Mattia de Gio. Pica de Narbo Villa de Sardegna,
presa nella sua terra, è stata schiava de Morat
Bascià tre ovvero quattro anni. Rescattata l'anno
1587 (sc. 81).
N. 709. Hieronimo de Martino de Campo de Sassari in Sardegna,
preso all'isola de S. Pietro, è stato schiavo
13 anni de Arnaut Marni. Rescattato l'anno 1587 (sc.
125).
N. 874. Arcangnelo de Chirigo de Gallura in Sardegna
schiavo del Caito Moratto in Algieri, è de età de
anni 22. Rescattato l'anno 1587. (sc. 133,5).
N. 879. Filippo de Barisone Martis da Quarto de Sardegna,
preso al capo de Carbonara, è stato 25 anni schiavo
de Mamet Cerese. Rescattato l'anno 1587 (sc. 27).
N. 883. Gio. sardo de Pasqualino de Sori da Caragnani,
preso in territorio vicino a Posada, è stato 21
anno schiavo de Isuffo Tabassi sardo. Rescattato l'anno 1587
(sc. 100).
N.944. Francesco de Peralta de l'Alghero in Sardegna,
preso sopra una nave de Spagna, è stato 13 anni
schiavo de Mamet Bascià. Rescattato l'anno 1587
(sc. 125).
N.
959. Lionardo sardo (Leonardo de Torri d'Alghero schiavo
di Nibbi rais). Rescattato l'anno 1587 (sc. 27).
N. 961. Barsola Pira sarda (schiava d'Assan Balucbassi).
Rescattata l'anno 1587 (sc. 17,5).
N. 967. Bastiano Cabido sardo. Rescattato l'anno 1587
(sc. 108)».
Nel «Libro del riscatto dato dalli Redentori»,
redatto dallo stesso decano d'Ales, sono annotati altri
tre schiavi sardi riscattati dalla Compagnia (41)
:
Angelo Pinna della Villa de Iglesias. Schiavo di Romadan
figlio di Mamet Regiep. Riscattato l'anno 1587 per sc.
30. Paga la Compagnia per «poliza». Rimpatriato «amalato».
Gioani Vacha sardo. Schiavo di Mamet figlio di Isof.
Riscattato nel 1587 per doble 250 (sc. 67,5). Paga la
Compagnia per «poliza».
Angela Canas sarda. Riscattata nel 1587. Senza indicazione
di prezzo.
Osserviamo di nuovo che i prezzi pagati nell'occasione
per gli schiavi sardi risultano variabili dai 17 scudi
e mezzo di Lionardo Soggia e Barsola Pira ai 162 scudi
di Gio. de Rafando, con un valor medio di circa 75 scudi,
contro i 106 scudi pagati dal Gonfalone per i riscattati
di diversa nazionalità. Ma, come si è avvertito
precedentemente, l'apprezzamento degli schiavi dipendeva
da un insieme di circostanze quasi tutte estranee alla
nazionalità.
Otto di quei sardi — in maggioranza originari della
diocesi d'Ampurias — furono direttamente riscattati
da Gio. Sanna, per un prezzo complessivo di 656 scudi
d'oro. La somma esorbitava le immediate disponibilità del
decano, che ottenne di liberare alcuni uomini «sulla
parola», beninteso obbligandosi con regolari «polize» al
pagamento dilazionato di 150 scudi(42).
Espletata la complessa procedura d'uscita e superata
le non poche difficoltà frapposte dai giannizzeri
e dallo stesso pascià (43), il 9 febbraio
1587, guidati da Giovanni Sanna, quasi tutti gli schiavi
affrancati presero il mare alla volta di Civitavecchia
e poi Roma, per essere «processualmente condotti
avanti la Santità di Nostro Signore» (44).
Restavano in Barberia i padri cappuccini per continuarvi
l'opera di redenzione (45), alla quale lo stesso
decano aveva in animo di rimanere unito, secondo quanto riferisce
al Gonfalone il padre Dionigi, sotto la data del 25 gennaio
1587: «Non posso restare per debito mio di raccordare
a tutta la Compagnia quanto siano debitori a Monsig.re
Ill.mo di Ampurias (ancorché so che tutti l'amano
et l'honorano). Sappiamo che egli per quest'opera
e per servire alla Compagnia si è affaticato tanto
che non ha perdonato ne a fatiche di travagliare molto,
ne per infirmità si è mai ralentato tanto
ancorché habbi sentito diverse infirmità e
di stomaco e di podagre e di una gravissima percossa,
ne a spese del suo in molte occasioni e in Sardegna e
in Algieri in cose che spettavano alla Compagnia, et
nel pigliare schiavi ancorché siano sardi vole
pero che per honor della Compagnia venghino a Roma ancorché sarà con
molta sua spesa, il che vedendo io ho voluto da
me stesso mosso che per gli schiavi che egli ha comprato
siano pagati gli dritti et la porta a nome della Compagnia
perché non pareva raggionevole che facendo egli
tanto in sodisfattione della Compagnia non fosse almen
sgravato in qualche cosa poiché anco questo si
fa a tutti gli altri senza alcuna replica ; con quanta
fideltà verso la Compagnia et zelo di essa facci
tutte queste cose non le saprei isprimere di che le Sig.rie
V.re ne vedranno anco maggior isperienza havendo egli
animo di impiegare tutte le sue intrate dil vescovato
in questa opra a nome della Compagnia, ma avertino le
Sig.rie V.re che egli non sappi ch'io gli ne dico questo
aviso ma con quella destrezza che la prudenza loro gli
mostrarà pigliano occasione di questo e gli ne
diano mottivo che so che egli come desidèro di ogni honor
di Dio et della Compagnia si offerirà in quanto
potrà e con questo le Sig.rie V.re abbracciano
questo negotio suo con quella prontezza e riconoscimento
che si deve, ché egli è per fare molto
di più di
quel ch'io dico anci di più egli ha intentione
rissoluta che se il Pappa gli vole dare un indulto egli
vole pigliare sopra il suo vescovato tre o quattro anate
al presente et impiegarle in questa impresa e tutto
so che lo farà a nome della Compagnia, il che
quanto sii ad honor di Dio utile de molti
et reputatione e credito alla Compagnia è cosa
tanto evidente che non occorre dirne altro e non pensino
le Sig.rie V.re che siano parole che lo farà di
certo ; avertino pure le Sig.rie V.re a negotiare con
esso questo fatto nel modo che si conviene che vi assicuro
che lo farà ma lo abbraccino gagliardamente e
lo favorriscano quanto potranno con N. S. che vedrete
fatti e non parole pur che dal canto delle Sig.rie V.re
non si manchi e se ne mostri quella grattitudine che
merita cossi segnalato serviggio, ma di gratia avvertino
a non fargli motto di questa mia instruttione tanto
più che con ogni suo mottivo egli si lassiarà intendere
in modo che le Sig.rie V.re haveranno campo da potere
comodamente intrare sopra a questo negotio» (46).
Un elogio pieno, come si vede, in cui si sottolinea lo
spirito di sacrificio del vescovo sardo, la sua
dedizione all'opera della redenzione, la sua intenzione
di sostenerla finanziariamente, la sua lealtà verso
la Compagnia. Nondimeno, l'accoglienza riservatagli a
Roma non fu altrettanto soddisfatta e soddisfacente,
poiché gli si rimproverò d'avere ecceduto
nella quantità e nella qualità dei riscatti,
indebitando il Gonfalone e soprattutto riscattando
troppi schiavi di stati diversi da quello ecclesiastico,
tra i quali si contavano due dozzine di sardi(47}.
Non ci si rendeva conto che in Barberia, tanto da parte
cristiana che da parte musulmana dall'«elemosina
di Roma» non si aspettava, né si giustificava,
alcuna discriminazione di nazionalità. Un punto
di vista, questo, condiviso da tutti i redentori, compreso
il decano d'Ales, che scrivevano testualmente: «...ci
parreria bene, poiché questa elemosina esce da
Roma capo del mondo, che anco fosse comune a tutti...»(48).
Del resto, sarebbe stato obiettivamente difficile convincere
la gente d'una necessaria separazione fra Stato della
Chiesa e Santa Sede, «perché — sottolineano
ancora i redentori — nelle opinioni sì de
schiavi come de turchi per la più parte è che
questa, per dirsi elemosina di Roma, venghi immediatamente
da Sua Santità» (49).
Non mancavano al Sanna, dunque, le buone ragioni, né la
solidarietà di quanti ne avevano apprezzato l'impegno
ad Algeri. Il mercante e banchiere marsigliese Guglielmo
Borgal, corrispondente del Gonfalone in Barberia,
così commentava l'atteggiamento
dei guardiani della Compagnia, in una lettera indirizzata
loro il 15 settembre 1587: «Me
despiaciuto intrinsicamente aver inteso li romori
e fastidi sono passati tra V. S. e il R.do Monsignore
d'Ampurias circa l'opera de' riscatti, cosa che non corresponde
ni è condegna a li meriti travagli e fastidi de
detto R.do Monsignore e de questi R.di padri li quali
per le sue buone opere exempi moribus e vita anno fondatta
questa vostra redentione con tanto honore e creditto
che pottete dir cosa che mai hanno pottutto dir nesciune
altre persone che habiano mandatto qua elemosine ne redentori
per che a le vostri se li crederebe de mile cristiani
e più ala volta e vi sono raix che li hanno oferto
tutti li eschiavi de le sue galeotte a pagar a la venuta
de la elemosina quel che non voleno far a altri e per
Algieri e in boca de queste gente non se ne sente altro
che la Compagnia del Gonfalone di Roma con una honor
e veneration grandissima. Imperò se V. S. rimunerano
in tal modo quelli che s'afaticano in suo servitio credo
che pochi se troveranno e saranno quelli che vi voleranno
servire. Et de più ardisco avertirli che questo è uno
giocare l'onore e creditto de questa vostra opera...» (50).
La conseguenza di questa tensione fu una rottura tra
l'Arciconfraternita ed il vescovo d'Ampurias, che lungi
dal mettere se stesso e le rendite del suo vescovato
al servizio dell'opera del riscatto di Roma, così come
aveva in animo di fare ed aveva riferito il padre Dionigi,
si rifugiò nella sua isola, senza più dare
notizie al Gonfalone, omettendo perfino di pagare il
suo debito di 150 scudi d'oro, lasciato scoperto in Algeri(51).
Una reazione risentita e, se si vuole, poco evangelica,
ma, in conclusione,
virile e proporzionata all'insensibilità e all'ingratitudine della
Compagnia romana.
Giovanni Sanna fu vescovo d'Ampurias fino al 1607, anno della sua morte (52).
CIRO MANCA
NOTE
(1)Sulla costituzione dell'«opera del riscatto de' schiavi» in
seno alla Compagnia del Gonfalone di Roma si veda la bolla
di Gregorio XIII Christianae nobiscum del 28 maggio
1581, riprodotta in appendice agli Statuti della
venerabile Archiconfraternita del Gonfalone, Roma 1825,
pp. 146-153. Sull'organizzazione delle prime missioni di riscatto del Gonfalone
in Barberia, alle quali ci riferiamo, una documentazione
copiosa è conservata
nello ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, Fondo del Gonfalone (abbreviato
in ASV, Gonf.), Istromenti Libro
5°,
Libri Diversi T, U, V, Y, Mazzi G, H.
(2) Sulla figura di Giovanni Sanna, nato a Santu Lussurgiu
nella diocesi di Bosa, decano del capitolo cattedrale d'Ales
e dal 1586 vescovo d'Ampurias, si trovano brevi o brevissimi cenni in
C. EUBEL, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, III, Muenster
1923 (rist. Padova 1960), p. 107; P. B. GAMS, Series episcoporum
ecclesiae catholicae, Regensburg 1873 (rist. Graz 1957),
p. 833; P. MARTINI, Storia ecclesiastica di Sardegna, III,
Cagliari 1841, p. 351; S. PINTUS, Vescovi
di Pausania, Civita, Ampurias, in «Archivio storico sardo»,
IV (1908), p. 110. In quest'ultimo repertorio si riferisce, senza commento,
che il Sanna «diede opera alla redenzione degli schiavi sardi».
(3) Documenti originali ed autografi di Giovanni Sanna,
relativi alle sue missioni ad Algeri, sono numerosi tra le
carte della Compagnia del Gonfalone (ASV, Gonf., Istromenti
Libro 5°, fasc. 23, ff. 1-4v; Libri Diversi U, ff. 48v, 99, 99v,
101v, 103v-104v; Libri Diversi V, passim; Libri
Diversi Y, ff. 2-4v, 5v, 6, 8-9v, 25, 25v, 46v, 47, 58, 58v,
59v-60v; Mazzo G, ff. 14-30, 38, 92-100, 104-105, 110, 114-119v, 123-126,
139-149v, 152-161v, 163-168, 171-172v, 175-183, 189-201, 243-245, 252,
265-268v, 281, 394, 407, 446457, 461-512v; Mazzo H, ff. 65, 65v, 97,
99, 99v, 132, 132v, 148, 148v, 151, 152v, 584-594v).
(4) Sulla corsa barbaresca si veda l'esauriente trattazione
di S. BONO, I corsari barbareschi, Torino
1964; sulla connessa schiavitù cristiana, la recente sintesi di
C. MANCA,
Problemi aperti sul commercio e sul riscatto degli schiavi
cristiani nel Mediterraneo dopo Lepanto, estratto da «Africa», Roma 1974, nonché la
bibliografia ivi citata.
5 Cfr. P. AMAT DI SAN FILIPPO, Della
schiavitù e del servaggio in Sardegna. Indagini e studi, Torino
1894, pp. 16 s.; ID., Indagini e studi sulla storia
economica della Sardegna, Torino 1902, pp. 131 s.; S. BONO,
I corsari barbareschi, cit.,
pp. 167 ss.; F. BRAUDEL, Civiltà e
imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino
1953, p. 161; P. MARTINI, Storia delle
invasioni degli Arabi e delle piraterie dei Barbareschi
in Sardegna, Cagliari
1861, passim; E. SARRABLO AGUARELES, Cerdeña
y el peligro turco en et Mediterráneo durante el siglo XVI, in «Actas
del VI Congresso de Historia de la Corona de Aragón»,
Madrid 1959, pp. 934 ss.; G. SORGIA, Il
Parlamento del Viceré Fernandez de Heredia (1553-1554), Milano
1963, pp. 28 ss.; ID., La politica nord-airicana
di Carlo V, Padova 1963, pp. 21 s.
(6) Cfr. per tutti L. PINELLI, Un
corsaro sardo re di Algeri, Sassari 1972.
(7) ASV, Gonf., Libri
Diversi U, ff. 100, 101v, 103v, 105v; Libri diversi V, ff.
4v, 13, 13v; Mazzo G, ff. 221, 290, 504; Mazzo H, f. 54.
(8) Nelle istruzioni impartite dalla Compagnia del Gonfalone
ai redentori della prima missione, datate 30 novembre 1584, è scritto
testualmente: «...
tutta quella reverentia et obedientia che dovevi alli frati la portarete
al detto sr. Decano il quale per la dignità sacerdotale et età conviene
che da noi in detto loco de superiorità sia posto» (ASV,
Gonf., Mazzo
H, f. 591v).
(9) ASV, Gonf., Libri Diversi
Y, ff. 5v, 8-9v, 25; Mazzo G, ff. 24, 25, 29; Mazzo H, ff.
65v, 99, 584, 592v, 594.
(10) ASV, Gonf., Mazzo G, ff. 18, 93, 94v, 97v, 98v, 100,
116, 117, 446.
(11) ASV, Gonf., Libri Diversi Y, f. 60.
(12) ASV, Gonf., Libri Diversi Y, ff. 99, 99v, 101 v, 103v,
104v; Mazzo G, ff. 139, 141v, 142, 144, 147v, 149v, 153v, 156v, 158v,
161, 165, 167, 179, 181, 183, 189, 195, 199v, 243, 252, 265, 268, 449,
452, 501; Mazzo H, ff. 148v, 151.
(13) ASV, Gonf., Mazzo G,
ff. 161, 161v, 171. Nel repertorio dei vescovi sardi curato
dall'EUBEL,
loc. cit., si legge che Giovanni
Sanna, praesbiter
diocesis Arboren., venne formalmente eletto vescovo
d'Ampurias il 26 novembre 1586, succedendo a Miquel Rubió, praesentatus
a caesare. Quest'ultima circostanza significa che
il Sanna, in quell'autunno del 1586, era giunto a Roma
già designato all'ufficio dal suo re, Filippo II,
e quindi giustifica che ancora prima dell'investitura pontificia
egli fosse comunemente qualificato vescovo d'Ampurias.
Sulla prassi dell'elezione cfr. G. LUNADORO, Relatione della
Corte di Roma, e de' riti da osservarsi in essa, e de' suoi
Magistrati, e officij, con la loro distinta giurisdittione, Venezia 1664,
pp. 178 ss.
(14) ASV, Gonf., Libri
Diversi Y, ff. 58, 60v; Mazzo G, ff. 21, 22, 146, 394,
456, 461-512.
(15) ASV, Gonf., Libri
Diversi Y, ff. 46v, 47.
(16) ASV, Gonf., Libri
Diversi V, ff. 1-15; Libri Diversi Y, ff. 58, 60v; Mazzo
G, ff. 21, 22, 23, 100, 394, 407, 446, 456, 461-512.
(17) ASV, Gonf., Mazzo B, ff. 96, 106v, 139,
163.
(18) ASV, Gonf., Libri Diversi
Y, ff. 5v, 6; Mazzo H, ff. 584-594v.
(19) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 92-93, 96-97v, 104-105, 131. Documenti già utilizzati
da S. BONO, La missione dei cappuccini
ad Algeri per il riscatto degli schiavi cristiani nel 1585, estratto
da «Collectanea Franciscana», Roma 1955, pp. 24.
ss.
(20) ASV, Gonf., Mazzo G, ff.
104-105. Cfr. S. BONO, La missione
dei cappuccini, cit., pp. 30 s.
(21) ASV, Gonf., Libri
Diversi U, ff. 2, 5v, 10, 11, 15, 17v, 18v, 21v, 30, 38, 39v-45v,
46v-50v, 55; Libri Diversi Y, ff. 7-25v, 26v; Mazzo G, ff. 30,
114, 289-346, 350, 351v, 446-451v, 454-457v; Mazzo H, ff. 63-102.
(22) ASV, Gonf., Libri Diversi
U, ff. 15, 48v, 49. Si tenga presente che gli scudi
d'oro in oro, in cui vengono espressi i prezzi di riscatto,
sono quelli coniati a Roma, sul modello degli scudi francesi e
spagnoli, al titolo di 22 carati ed al taglio di 102 pezzi per
libbra di 339 grammi, contenenti perciò circa 3 grammi d'oro
fino (cfr. G. GARAMPI, Saggi di osservazione
sul valore delle antiche monete pontificie, Roma 1776,
pp. 60 ss.).
(23) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 114.
(24) C. MANCA, op. cit., p. 17.
(25) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 96v, 104, 104v. Cfr. S. BONO, La
missione dei cappuccini, cit., pp. 27, 30.
(26) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 92, 97v; Mazzo H, ff. 584v, 589.
(27) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 92v, 106, 114, 117.
(28) ASV, Gonf. Mazzo G. f.
106v.
(29) ASV, Gonf., Mazzo G, ff. 112, 114.
(30) ASV, Gonf., Libri Diversi V, f. 3; Mazzo G, ff.
30, 114-115v, 119, 119v, 123-124. I Cappuccini rimasti ad Algeri,
tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate di quel 1585,
portarono assiduamente soccorso a molte centinaia di schiavi, venendone
alla fine irrimediabilmente contagiati. Il padre Pietro da Piacenza
morì il 6 di giugno; il padre Filippo da Rocca Contrada,
il 6 d'agosto, esattamente due mesi più tardi (ibidem, Mazzo G, ff. 119,
125, 127; Mazzo H, f. 99).
(31) ASV, Gonf., Mazzo G, f. 106.
(32) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 116.
(33) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 117.
(34) ASV, Gonf., Istromenti
Libro 5', fase. 23, ff. 14v; Mazzo G, ff. 161, 268,
281.
(35) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 139.
(36) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 139v.
(37) ASV, Gonf., Mazzo G.,
f. 142.
(38) ASV, Gonf., Libri
Diversi U, ff. 5v, 6, 7, 9v, 13, 18v, 19v, 25v, 29,
39v, 52, 53v, 56, 59v, 62, 66, 78v, 86v, 87, 90, 90v,
92v, 99-107, 108-110, 111v-115, 116-120, 121-122, 149-153V,
154-166v; Libri Diversi V, ff. 2v, 3v-8, 10, 13, 13v;
Libri Diversi Y, ff. 26, 28, 39, 39v, 47v, 49v,
51-55, 58-60v; Mazzo G, ff. 123, 142-149v, 154, 160v,
163v, 167v, 173, 177, 191v, 192, 199, 212, 215, 240v,
243v, 244, 252, 252v, 271, 281, 283, 367, 367v, 376,
376v, 385, 394-405v, 461-512v; Mazzo H, ff. 54-55v,
102.
(39) ASV, Gonf., Mazzo
H, ff. 148, 148v.
(40) ASV, Gonf., Libri
Diversi U, ff. 99, 99v, 101 v, 103v-104v, 116v,
117, 121 v, 149, 150, 151v, 161, 163v, 164v.
(41) ASV, Gonf., Libri Diversi V, ff.
4v, 7-8, 10, 13.
(42) ASV, Gonf., Mazzo G, ff. 199v,
265, 268.
(43) ASV, Gonf., Mazzo G, ff. 152,
154-156v, 163-164v.
(44) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 171,
179, 181v; Mazzo H, f. 27.
(45) ASV, Gonf., Mazzo G,
ff. 167-170v, 175-183, 187-188v, 191-192v, 199-201, 212-214v, 219-228v, 233-276v.
I padri Dionigi da Piacenza ed Arcangelo da Rimini, ultimi redentori del Gonfalone,
lasciarono Algeri due anni e mezzo più tardi, dopo avere superato aspri
contrasti tanto col governo locale quanto coi guardiani della Compagnia romana,
approdando finalmente a Portofino il 26 ottobre 1589 ( ibidem, ff.
281, 281v.).
(46) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 161, 161-v.
(47) ASV, Gonf., Mazzo
G, ff. 142-143v, 146-149v, 191-192v, 199-201.
(48) ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 149.
(49) ASV, Gonf., Mazzo G, f.
199.
(50) ASV, Gonf., Mazzo G, ff.
189, 189v.
(51)Supra, nota 42. L'intenzionalità di
questa omissione fu peraltro esclusa dai redentori, rimasti ad Algeri; i quali,
pur lamentandosene perché costretti a pagare in vece del Sanna, ne
invocavano ancora la buona fede nel luglio del 1589, scrivendo testualmente
al Gonfalone: «Al
sicuro neccessario pagare cento cinquanta scuti delli debiti di Monsig.re di
Ampurias come compagno nostro allegando tutti questi che gli hanno dato per
noi cioè credendo dargli all'elemosina e questo basta in queste parti
per lor iustificatione anco solo dicendo che era nostro compagno alli oblighi
dil quale basta per essere tenuti oltre che quando anco non si fosse forcciato
crediamo saria meglio pagarli per essere poi da esso rimborsati che lasciare
tanti gridi per Algeri de christiani et turchi dil nome della Compagnia del
Confalone sopra a che se sfogaria ogni cosa sì che per non perdere quello
che con tanti sudori e travagli e spese si è sostentato saria men male
il sodisfare a questa soma ... è ben vero che anco siamo certi che in
questo non vi colpa Monsignore per malitia se non forse per qualche mancamento
di memoria e che gli ordini dati da lui non sono stati intesi o esequiti secondo
l'intenzione sua... (ASV, Gonf., Mazzo
G, f. 268).
(52) Supra, nota
2. Stando alla sommaria biografia data dal PINTUS, loc.
cit., Gio. Sanna si sarebbe segnalato, durante
i vent'anni del suo vescovato, per la virtù personale,
la magnificenza e la generosità nelle opere pubbliche.
In particolare, all'iniziativa del vescovo si attribuisce
l'erezione della cattedrale di Castelsardo nonché la
fondazione di due case gesuitiche, a Cagliari e Sassari,
alla quale fondazione egli contribuì con 8.000
ducati e 25.000 scudi sardi.
|

Disegno di Enrico Costa
Stemma araldico di Gio. Sanna?
presente sulla porta della Chiesa di S. Caterina in Sassari
(In:Enrico Costa, Archivio pittorico della Città di Sassari,
a cura di E. Espa, Editrice Chiarella)

Disegno di Angelo Pintus
Stemma araldico di Mons. Giovanni Sanna di Santu Lussurgiu, Decano
del capitolo di Ales e dal 1586 Vescovo di Ampurias e Civita.
Stemma recuperato e riproposto in occasione
del Convegno di studi organizzato dalla locale Pro Loco "La
figura e le opere di un vescovo lussurgese nel Rinascimento
italiano" , Santu Lussurgiu, 18.12.1999

Ricostruzione grafica dello stemma araldico del Vescovo lussurgese
Mons. Giovanni Sanna
ZOOM >>

Presentazione degli schiavi redenti al Papa Sisto V - (Grottammare
?)
I CONVEGNO DI STUDI
Mons. Giovanni Sanna, La figura e le opere di un vescovo lussurgese
nel Rinascimento italiano.
Pro Loco - Parrocchia S. Pietro Apostolo
Santu Lussurgiu - Auditorium "Carta-Meloni"
18 dicembre 1999
Fotogallery
del Convegno >>
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