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  API Cuore AMO - DELLA NATURA, E MODO DI GOVERNAR L'API di Andrea Manca Dell'Arca
Manca Dell'Arca Andrea, Agricoltura di Sardegna, Napoli, Vincenzo Orsino, 1780. Riedizione a cura di Gian Giacomo Ortu, Illisso Edizioni, Nuoro, 2000, pp 270 - 284

Più proprio, ed a portata nulla occorre, come il trattato delle pecchie dopo d'aver descritto la varietà e vaghezza de' fiori nell'orto, mentre tutte le fatiche di questi prudenti animaletti s'impiegano in raccoglier il dolce sugo de' fiori, che tramettono mediante il beneficio della rugiada, onde col suo natural istinto e sussurro van volatizzando per gli orti, prati e terreni, che di fiori e nuovi rampolli si vestono, fabbricando con questi materiali il miele, prezioso e dolce dono del cielo, e la cera eletta per onorar Iddio, poiché si liquida in eccelse, e grate lumiere. Questa maravigliosa fabbrica, di tanto beneficio, si dispone con tal artificio e premura, che propriamente asserisce il Poeta nella sua quarta Georgica governarsi l'api a guisa d'un regno, o repubblica ottimamente ordinata, perché se con attenzione si visitano le sue operazioni e fatiche, sembra avervi obbedienza e subordinazione con gerarchie diverse, quando non si voglia credere, che ogni sciame obbedisce solo ad un re, il quale si crede esser un'ape più grande, ben formata, e senza stimolo, della medesima forma e colore di tutto il suo suddito sciame: onde se il re è negro, peloso e selvatico, le api che seco conduce, sono della medesima specie trista; ma quando il re, o api maestre hanno il color d'oro, risplendenti, e di spirito vivace, tutto il sciame sarà d'ottima indole e così vago, ed industrioso, che renderà copiosi frutti d'ottimi favi. Questa diversa specie, e grandezza d'api simile al loro re accennò il medesimo Virgilio nella citata Georgica quarta, col seguente verso:

Ut binae regum facies, ita corpora gentis.

Varietà nelle api. Prudenza - La sperienza non dà luogo di dubitare, che le api di color d'oro, e lunghette, sono di miglior razza delle rotonde, negre e pelose, simili alle selvatiche, chiamate vespe, siccome i medesimi sperimenti ne insegnano, che le pecchie possedono certo spirito, o istinto, da Dio concesso, mediante il quale ordinano il suo lavoro e propagazione in tal guisa, che in molte sue operazioni servono di prudente norma agli uomini; onde si legge, che le antiche Repubbliche di Sparta, Atene, e Roma appresero dalla prudenza di questi animaletti molte leggi fondamentali, come sono: l'accertate maniere di vivere in comunità, scacciandone coll'esilio e colla morte la gente oziosa della repubblica, e mandar colonie a viver altrove.



Modo di fabbricar favi. Scacciar l'api pigre - Qual maggior singolar maraviglia della natura si conosce nel mondo visibile? come il vedere queste avicelle [sic] in giorno sereno faticar tutte insieme, per il medesimo fine di fabbricar i favi con differenti impieghi, perché molte dell'api sortono dall'alveario, per ritornar cariche di fiori e pasture a fine d'alimentar la prole: altre vanno per saziarsi di sughi dolci, e con essi empiere di miele le celle de i favi: con impenetrabile artificio raccogliono altre, e menano sughi viscosi per fabbricar la cera, ed un altro bitume nero, del quale si servono per turare le fissure e buchi delle casette: altre restano dentro, forse per ricever i materiali e fabbriche. Nella stessa premura e fervore dell'opra, molte api in guisa di ministri esecutori attendono a punire le neghittose, infino ad ammazzarle con punture innumerabili, buttandole fuori della casetta dopo che son uccise, siccome a quelle, che muoiono per altre cause, perché odiano la sordidezza e cattivi odori.

Api amanti della castità. Propagazione. Tempo di scacciar i fuchi. Opinione circa la propagazione dell'api. Qualità varia del miele -Sono tanto amanti della pura nettezza, che dentro degli alveari non si ritrova bruttezza, né escremento, liberandole altresì la nartura dal necessario tributo, che la maggior parte de' viventi paga a Venere in benefizio della propagazione, poiché nessuno attesta aver mai veduto coito tra l'api, e per comune opinione generano i suoi figli mediante i fiori, che compongono, e adattano con tal proporzione, che a suo tempo s'animano in guisa di vermi bianchi, covando quelli composti fiori al modo, che gli altri volatili covano le sue ova, impiegandosi, e in ciò trattenendosi i fuchi, che sono certe api più grosse dell'altre, chiamate in lingua sarda abe maxu, inabili per lavorare, e solo dalle altrui fatiche si nodriscono; quindi l'api industriose rimuovono questi fuchi fuori delle arnie dopo che non son necessarie per covar i parti uccidendone molti, quelli però muoiono senza resistere, perché non son armati di spiccoli: la sovra enarrata opinione, che l'api non si propagano col coito, fu approvata dal medesimo Poeta nella citata Georgica, essendo più verisimile di quello, che racconta d'Aristeo, rispetto al rinascimento, e ristoro delle api, da' vitelli, o bovi uccisi a bastonate, qual prima opinione viene compresa nelli seguenti versi:

Illum adeo placuisse apibus mirabere morem,
Quod nec concubini indulgent, nec corporei segnes
In Venerem solvunt, aut foetus nixibus edunt,
Veruni ipsae foliis natos, et suavibus erbis
Ore legunt
.

La maggior prudenza delle api, che consiste in menar colonie a soggiornar altrove, quando l'alveario è pieno d'abitanti, osservano esse ogn'anno al tempo di sciamare con tanto senno, che giorni prima di uscire tutto lo sciame, inviano certe api esploratrici per cercare, ed eleggere l'abitazione più comoda in qualche albero o rupe vuota, onde fuggendo lo sciame, porta gli esploratori per guida, i quali non si fermano sino ad arrivar al luogo destinato, ed osservandolo, si viene in cognizione del sito, che amano, acciocché un diligente custode amante di questi animaletti, possa scegliere nel suo orto un luogo a portata, dove l'api si propaghino, e rendano copiosi frutti di cera e miele di buona qualità, perché il terreno e li pascoli son cagione della bontà del miele, del quale il bianco e denso è il più pregiato: il rosso, acquoso e scuro, è inferiore di molto.

Sito per l'albìo. Riparar il sito con arte - Il terreno per fabbricare ottimo miele, sarà abbondante di rosmarino, timo, serpillo, mandorle, quercie, elici, e altri alberi fruttiferi, siccome di varie erbe aromatiche campestri, ed ortensi, piantando a questo fine di quelle, che da sé non nascono. Di simili terreni si sceglierà un piccolo recinto in luogo alquanto basso, che sia vicino a rivo, fonte, a sorgente di buon'acqua, ed in sito, che oltre l'aver espedita, ed aperta la parte orientale, e meridionale, venga riparata la parte boreale e occidentale con monte, o boscaglia, perché i venti freddi d'inverno danneggiano le pecchie. Se il natural sito non riparasse i venti freddi, s'applicherà con arte il rimedio, fabbricando un muro nella parte boreale ed occidentale, di quindeci, o dodeci piedi d'altezza, ovvero la stessa casa del predio si potrà disporre in modo, che impedisca il soffio degli accennati venti, tanto più, che sarà sempre più comodo l'albìo appresso all'abitazione del fondo, acciocché il padrone, o custode soggiornando nel casino con più frequenza, e poca fatica possa visitare in ogni tempo gli alveari, custodirli, e conservare vicini i materiali, e stromenti per fabbricar le casette.

Chiuder l'albìo. Sito da piantar alberi nell'albìo - In ogni modo il recinto dell'albìo dovrà esser chiuso con siepe alta, o piuttosto con muro di piedi sette solo d'altezza per la parte meridionale ed orientale, a fine di non impedir alle pecchie il sole d'inverno, essendo sufficiente tal altezza per impedire l'entrata alle bestie, che oltre il danneggiar i pascoli, posson facilmente rovesciar l'alveari, massime d'inverno, che l'api non sortono alla difesa, per esser tramortite dal freddo. Dentro dell'albìo se non vi fossero alberi, se ne pianterà con riguardo, che nella parte meridionale, e dove batte il sole d'inverno, vi saranno solo di quelli alberi, che scuotono le foglie, come mandorli, prugne, granati, i quali d'estate servono di grata ombra, e d'inverno liberi di frondi non impediscono il sole. Nella parte boreale ed occidentale si pianteranno nelle spalliere olivastri, fichi indiani, palme, elici, e soveri, mentre in questo sito non levano il sole d'inverno, anzi riparano colle sue frondi i venti freddi, oltre che l'api amano questa sorte d'alberi, perché si vede frequentemente, che gli sciami si fermano in essi, e pascolano nelli suoi nuovi getti, e nel frutto delli fichi indiani, o morischi.

Altri riguardi per l'albìo - Con questi, e simili avvertimenti l'albìo per di dentro si disporrà nella maniera seguente. Si dividerà pria in viali di piedi sette d'ampiezza, perché comodamente in ogni viale possano accomodarsi due ordini d'alveari, lastricando con pietre, o mattoni essi viali, ovvero cementandoli con sabbia, a fine di non nascervi erba; la quale in ogni tempo nascendo sotto le casette impedisce il lavoro delle api, e danneggia. Questo modo di collocar l'alveari, è più comodo e facile, che il metterli sopra gradini di pietra, o di tavole, come scrivono certi Agricoltori forestieri, oltreché rassettandoli in sito alto, sono più esposti a' venti, e ad altri infortuni.

Piantar erbe grate all'api. Rimedio se l'acqua è lontana dall'albìo. Allontanar le bestie - Nel luogo restante del recinto, oltre gli accennati alberi si pianteranno erbe, e fiori grati alle api, come sono: rosmarino, salvia, maggiorana, timo, melissa, pulegio, rose, massime quelle di Spagna, che fioriscono d'estate, boragine, narcisi, giacinti, viole ecc. I siti, e terreni vicini, che circondano l'albìo, gioverà molto, che siano abbondanti di buoni pascoli di fiori d'estate, primavera, inverno, ed autunno, irrigati con ruscello, e sorgente di buon'acqua, perché in difetto di tal comodo, è uopo conservar sempre qualche vaso, o serbatoio con acqua dentro, o fuori dell'albìo con pezzi di legno, o sovero sopra l'acqua per non sommergersi l'api quando bevono. I bestiami altresì s'allontaneranno d'intorno, perché non solo rodono, e rovinano i fiori, proprio alimento delle api, ma colla sua puzza, e odore le allontanano. Vogliono eziandìo che l'eco le danneggi; indi non si destinerà l'albìo in sito risuonante, e che si sentano effluvi di cattivo odore.
Disposto in tal guisa l'albìo nel mese di marzo, o piuttosto nel mese di settembre, si meneranno le arnie dell'api all'albìo, e si metteranno con ordine nelli viali a questo fine accomodati, con distanza d'uno, o due piedi, coperte le casette pria con sovero, e poscia con pietre piane, o mattoni grossi della grandezza, che richiede la testa dell'arnia, e in tal foggia coperte non solo saranno riparate d'entrarci acqua dentro, ma eziandìo col peso delle medesime coperte resteranno ferme nelli viali, i quali, come sopra s'è ragionato, saranno soliferi e riparati da' venti cattivi.

Modo di trasportar api
- Se gli alveari si trasportano da' luoghi alquanto lontani, si eseguirà la partenza di notte, coprendo le casette con panni lini, o dentro di sacchetti legandoli, acciocché l'api restino chiuse in modo, che sia impossibile il fuggire, e in questa guisa si portano sopra cavalli, e carri, o meglio sopra le spalle d'uomini, infino al sito dove si voglion collocare; la mattina allo spuntar del giorno dopo arrivate, si levano i panni, o sacchetti, e s'assettano le arnie in ordine nel viale dell'albìo. Le pecchie si cambiano di luogo in tempo equinoziale, non solo per esser stagione temperata, ma perché in quel tempo si trovano l'alveari con provvisione sufficiente per sopportare la mutazione, della quale molto si risentono, principalmente quando si menano da un sito abbondante di pascoli, e riparato da venti freddi, ad altro inferiore in bontà; quindi se si comprano alveari, sarà meglio prenderli da luoghi vicini, o di sito più cattivo, popolati d'api, e pesanti.

Qualità delle casette
- In altri paesi si servono di tavole, terraglia, o vimini per fabbricar arnie, ma in Sardegna si fanno di sovero, per esser dì poca spesa, resistono al tempo, e sono amate dall'api più che ogn'altro materiale. Si fabbricano in forma cilindrica unite con chiodi di olivastro, quercia, o altro legno forte, ovvero cuciti con gionco maschio, e turando ogni buco, o fenditura del sovero con creta, o sterco bovino. L'altezza delle casette dovrà esser di piedi due o tre, e l'ampiezza potrà arrivare ad un piede e mezzo di diametro, formandone piccole, e più grandette per adattarle alla qualità dello sciame, onde se questo è mancante d'api, il bugno s'appronterà piccolo, e si prepara spazioso, quando lo sciame abbonda.
Alle casette cucite si taglierà uguale la parte inferiore, affinché possa sostenersi in piede, e similmente la superiore, per potersi adattare il primo coperchio solito d'un asse di sovero, benché non è uopo fermarlo con chiodi, né cucirlo a fine che l'arnia si possa facilmente aprire, qualora il custode volesse smelare, o visitarla: sotto l'asse del copertino si lascerà aperto un buco, tanto che possa liberamente entrare e uscire un'ape, qual foro resta più comodo sotto il coperchio, perché in tempo di pioggia quelle api, che si trattengono nel buco, son riparate dallo stesso asse della coperta, che deve risaltare dita quattro, o più.

Preparar casette. Operazioni per la primavera. Visitar le casette per i vermi - La fabbrica e preparazione delle casette, si deve attender pria di sciamare, che in lingua sarda si dice belare puzones. Quindi seguirà il ragguaglio dell'obbligo, che corre in ogni tempo a un custode d'api. A norma delle quattro stagioni dell'anno sono varie le operazioni del custode, onde nel mese di marzo, che principia la primavera, nella quale l'api si rimettono dalli patimenti d'inverno sofferti, si tramuteranno quelli alveari, che sono destinati a cambiarsi da un albìo all'altro di notte, colle precauzioni sovra descritte; quelli bugni però, che non si tramutano, si visiteranno, alzandoli da terra il custode a fine di riguardarli nella parte inferiore, se forse vi fossero tarme; ovver per ammazzarli, e tagliar la bassa cera vecchia da favi di sotto abbandonati dall'api, perché in quella riscaldando il tempo si procrea il verme, o tarma, qual incomodo può recar il danno della partenza dell'api, e abbandonar la casetta, avvenendo simil sciagura d'estate quando l'alveario è mancante di popolo, come a basso si dirà.

Tempo di sciamare - Nel medesimo mese di marzo attenderà il custode a discorrer sopra le stagioni più o meno anticipate nel corrente anno rispetto al sito del suo albìo, se l'api sono vicine o no a sciamare; perché in anni anticipati, e in certi siti caldi principiano dal mese di marzo, ma comunemente in Sardegna principiano dalla metà d'aprile, e finiscono di sciamare per tutto maggio, onde in questi mesi avrà preparate nell'albìo le casette nuove, che son necessarie per gli alveari della sua custodia computando due, o tre sciami per ognuno; qualche volta accade il darne quattro, ma come l'ultimi son piccoli e scarsi d'api, si dovranno unire insieme due o tre in una medesima arnia, perché altrimente vedendosi poca gente, l'abbandonano presto; e qualora restassero ferme, periranno di fame l'immediato inverno, perché in quell'arnia povera d'api, non può lavorarsi tanto nella buona stagione, per nudrirsi d'inverno.

Segno di sciamare. Diligenza per raccoglier sciami - Conoscendo dunque il custode, che gli alveari son vicini a sciamare, e per segno vedrà, che un globo, o racemo d'api unite si fermano attaccate al foro dell'alveario, si tratterrà ogni giorno dentro dell'albìo ore due avanti, e ore due dopo del mezzo giorno, attendendo l'uscita degli sciami, e prontamente al sentire la confusione dell'api, prenderà una delle casette preparate, e fregandola dentro con fronde di melissa, o limone spaccato, che avrà sempre pronto, chiamerà lo sciame dell'api con alta voce, mostrandogli il bugno, e proseguendo a fregarla per sentir l'odore.
Qualora lo sciame s'alzasse in aria, per fuggire innanzi d'entrar nell'arnia, e si vedesse tra l'api molta briga e confusione, prenderà il custode un poco di polvere, e gettandola con impulso contro lo sciame, subito svanirà la rissa; ma se ad onta di queste precauzioni fossero renitenti in entrar dentro la casetta, anzi proseguissero la fuga, sarà necessario correr gente appresso per veder dove si fermano, e sapendolo si trasferirà il custode, o altra persona a quel luogo col bugno preparato, chiamando lo sciame, e invitandolo a entrarci; e qualora si fosse fermato in qualche luogo recondito, se ne fa sortire con fumo. Il più delle volte si ferma lo sciame nel ramo di qualch'arbore, allora il modo più sicuro per prenderlo, è il tagliar con falcello il ramo, e portarlo collo sciame attaccato infino all'albìo, ed ivi la mattina pria di levarsi il sole, o la sera dopo tramontato, si scuoterà in terra il ramo, e cascando l'api, s'inviteranno con voci per entrare nella casetta fregata con limone, o melissa, e sentendo vicino quel grato odore poco a poco entreranno dentro.
Se sortissero alla medesima ora due o più sciami di differenti alveari, ed il custode fosse solo, è uopo fregar con limone e melissa tante arnie, quanti sono gli sciami, e si metterà ognuna coricata vicina dall'alveario, che butta lo sciame, e alternando con una e poi coll'altra, chiamerà gli sciami a fine d'entrare nelle preparate arnie. In ogni modo poscia che gli sciami saranno raccolti, le casette si lasciano colcate con li sciami dentro sino alla sera, perché tramontato il sole restano più pacificati e mansueti, in maniera che si prendono le arnie cogli sciami dentro, e s'assettano nel viale dell'albìo, coprendole pria con asse di sovero, e sopra una pietra piana, o mattone grosso fermate, ed assise in tal modo esse arnie, che non possano facilmente cascare in terra, e siano riparate d'entrarci acqua in tempo di pioggia.

Simpatia della melissa, e limone coll'api. Iprimi sciami sono migliori - Molti autori scrivono, che in altri paesi quando raccogliono gli sciami, che si son fermati in qualche ramo d'arbore, macchia, o sasso, oltre le diligenze sovra descritte, usano lo sbrufar l'api con buon vino per renderle vieppiù pacificate e quiete; ma in Sardegna non si vede praticar simile operazione, servendosi solo della melissa e limone, il di cui odore mantiene tal amicizia e simpatia colle pecchie, che assentandosi il custode nel tempo di sciamare, basta fregar pria di partirsi i rami degli alberi vicini colla melissa e limone, per fermarvisi, senza avervi gente che le chiami; siccome altre volte avviene, che a bello studio si lasciano coricate appresso gli alveari le casette similmente fregate, e volontieri gli sciami vi s'introducono, massime i primi che sortono per esser più popolati e mansueti di quelli che escono dopo della metà di maggio; ma gli ultimi sono fuggitivi, e di poco numero d'api, onde bisogna farne entrare nella maniera sovra accennata, di questi piccoli sciami due o tre in un'arnia, per non seguitarsi la fuga o morte sicura.

Smelare gli alveari, che non sciamano. Rimedio per la fuga degli sciami - Quegli alveari, che non sciamano, si smeleranno negli ultimi giorni di maggio, o entrando il mese di giugno a luna piena, levandogli per questa prima volta la parte terza de i favi, indi si dà luogo alle pecchie di lavorare, e di nuovo fabbricare il rapito miele, per tornarli a smelare negli ultimi giorni di giugno, o entrando luglio. Un pezzo di questi favi primitivi è buono accommodarlo dentro qualche casetta assisa di nuovo, della quale si teme la fuga dello sciame, perché forse allettato con questa piccola parte di favi, si tratterrà, sembrandomi il miglior mezzo per non partire gli sciami fuggitivi, mentre il levar l'ale ai re, o api maestre, o ucciderle, lasciandone solo una, e altri curiosi rimedi, che scrivono molti autori, sono per moderna e comune sentenza impraticabili.

Operazioni del custode nella està. Conoscer il tempo di smelare. Stromenti per smelare - Descritte le operazioni e diligenze, che nella primavera deve usare un custode d'api, vengo a trattare di quelle, in cui s'impiegherà la prossima està, nel qual tempo si raccogliono i frutti delle sue fatiche, onde nel mese di giugno dopo di quindeci o venti giorni d'aver sciamato, e molte volte nel mese di luglio a luna piena, quando si vede, che l'api degli alveari vecchi scacciano fuori i fuchi, chiamati in lingua sarda abe maxu, essendo questo un segno della maturità de i favi pieni di puro miele; ma come in altri paesi, ed in Sardegna son vari i modi di smelare, si noteranno solo quelli più usati tra noi altri Sardi; e a questo fine sono comodi e quasi necessari due stromenti di ferro longhi palmi due col suo manico, uno del quale è fabbricato in forma d'un tagliente scarpello, e l'altro colla punta del taglio obliqua a guisa d'un falcello, entrambi servono per distaccare, tagliare e spiccare i favi dagli alveari.

Primo modo di smelare - Due sono in Sardegna i modi più frequenti di smelare, uno chiamato in lingua sarda iscabitare e l'altro s'appella bogare a mortu. L'operazione del primo modo, è come segue: sostenendo un uomo in una mano fumo di stracci, o di sterco di bue secco, applicandola ai buchi e fenestrine dell'alveario, si fanno entrar dentro tutte l'api, dipoi coll'altra mano leverà la coperta, o asse di sopra, e applicando di nuovo il fumo per la parte superiore aperta si scacciano l'api, e si costringono a scendere alla parte inferiore, allorché cogli stromenti sovra descritti si tagliano e spiccano i favi solo della parte superiore infino a tanto, che si troverà il miele maturo, ma che non sorpassi la metà de i favi esistenti nell'alveario: raccolta questa parte di favi, si ricuopre l'alveario nella maniera, che pria si ritrovava.

Girar l'alveario. Smelar due volte nell'està - Molti padroni d'alveari, dopo levati i favi di sopra, rovesciano l'alveario, convertendo la parte inferiore piena in superiore, perché dicono aver sperimentato, che in questa guisa le pecchie s'affaticano più, a fine d'empier con nuovi favi la parte inferiore dell'arnia, e smelando nel tempo avvenire i favi vecchi di sopra, si rinuova [sic] l'alveario, e la stessa arnia in tutta l'estate e principio d'autunno in anni abbondanti si può smelare due o tre volte con poco pericolo di perderla, poiché sempre che tornerà a empiersi, smelandola di nuovo, si lasciano favi sufficienti, per nodrirsi le api il venturo inverno, massime tornandosi a smelare nella medesima estate, mentre il prender favi dagli alveari in autunno, sempre è pericoloso.

Altro modo di smelare - L'altro modo di smelare chiamato a mortu, s'osserva negli alveari vecchi per esser crudele, mentre levando alle misere api tutto il frutto delle sue fatiche si privano di vita, e benché abbiano tempo e stagione da travagliare per tornar a empier le casette, di rado v'attendono, anzi disperate si partono e periscono disperse. L'operazione di questo modo di smelare s'eseguisce col fumo, e colle medesime diligenze sovra descritte, solo col divario che nel primo modo si leva parte de' favi, che trovansi nell'alveario, ma nel presente si spiccano tutti, e solo si lascia attaccato dentro il bugno un pezzetto di favo, acciocché l'api si trattenghino, e di nuovo forse s'affatichino per riparare in tanto il suo danno, ma accade poche volte il sopravvivere.

Tempo di smelare. Segno per conoscer la bontà de ' favi - Rispetto al tempo e ora di smelare, si noterà, che la mattina pria di levarsi il sole è l'ora più a portata, per esser l'api quiete; e in luna piena, sempre che la comodità lo permette. In tutta quasi l'estate, e nell'ultimo mese della primavera, è il tempo opportuno di smelare a seconda dello stato degli alveari, poiché non tutti a un medesimo tempo si ritrovano pieni di miele maturo; sicché in varie occasioni si sceglieranno quelli, che il custode conoscerà esser buoni. I modi più sicuri di conoscerli, sono, quando l'alveario è pesante, e dopo di aver sciamato, l'api scacciano da dentro la casetta i fuchi, come sovra si ragionò, i quali facilmente si divisano, perché scacciati girano volatizzando intorno alle fenestrine della casetta; e l'api che son di guardia armate di spicoli, impediscono, che tornino quelli ad entrar dentro.

Lasciar di smelare in autunno - Nell'autunno abbondante di pascoli si ritrovano pieni molti alveari di maturi favi, ma quelli che ardiscono smelarli in tale stagione, si sottopongono al pericolo di perire le pecchie nell'inverno entrante, vedendosi sprovvedute del frutto delle sue fatiche in tempo che non possono rimetterlo, perché oltre non esser di molto nutrimento i pascoli autunnali, né ritrovarsi getti nuovi negli alberi e macchie, che sono i materiali della bruna, resina e cera, venendo il primo freddo non possono più lavorare.

Il nuovo alveario non si debbe smelare il primo anno - Nell'operazione ed atto di smelare in tutti i modi e tempi sovra narrati appresso al vaso dove si mettono i favi, è uopo, che vi sia gente con scopette di rosmarino, o d'altra pianta, battendo i favi a fine di scacciar l'api che restano a quelli attaccate, volendo piuttosto perder la vita, che abbandonarli. Si noterà che gli alveari nuovi chiamati in idioma sardo sos puzones, cioè quelli sciami, che il medesimo anno si son raccolti, non si devono smelare il primo anno, e solo in anni abbondanti di pascoli, qualora conoscesse il padrone, che qualche sciame ha lavorato tanto, che l'arnia si trovasse piena di favi infino al fondo, allora si potrà d'estate castrare levandone poca quantità di favi dalla parte superiore, ma sempre con pericolo di perire, perché l'api vendicative forse si mangeranno il resto de' favi, per abbandonar poi la casetta: ma lasciando senza smelare questi nuovi sciami, che trovansi forti di favi, è sicura la sua vita, permanenza e fecondità per l'anno venturo.

Separazione del miele dalla cera. Acqua melata - Finita l'operazione di smelare si prendono i favi liberi d'api, e si stringono con mani, ovvero con torchio, se fossero in molta copia, infino a sortirne tutto il miele, e separarlo dalla cera, colandolo con panno lino, ma quel miele che scola senza stringer i favi, riesce di miglior qualità, e non si deve tramischiar coll'altro. La cera spremuta si leva con acqua, e si lascia in infusione ore ventiquattro almeno, la quale acqua colata, e separata dalla cera, di nome acqua melata, serve per nodrire le api nelli tempi cattivi dell'inverno, e perché non si corrompa, si bolle sino al calo della parte terza.

Modo di purificar la cera - La cera separata dall'acqua melata per purificarla si bolle mischiata con acqua in vaso di rame o bronzo, sino a dissolverla e liquefarla: dipoi si butta la cera così dileguata insieme con l'acqua dentro un sacchettino di tela grossa e con torchio, o in difetto con due pezzi di legno si spreme dentro un ampio vaso fin a tanto che la cera coll'acqua calda scoli in questo vaso, e resterà dentro del sacchettino lo scremento e bruttezza; per vieppiù purificare questa cera si torna a liquefare nel caldaio con nuova acqua e fuoco lento gettandola così liquefatta, e libera di schiuma in altro vaso stretto, a fine di fermarsi rafreddandosi, ma quest'ultimo vaso sarà lavato, e umettato con acqua, per non attaccarvisi il pane della nuova cera, la quale poi si biancheggia dagli artisti, che fabbricano le candele e torcie.

Il soverchio caldo, e freddo incomoda l'api - In tutta l'estate il custode oltre le descritte operazioni di smelare, e purificar cera, visiterà con frequenza l'alveari, massime nella canicola, perché nel rigore del caldo patiscono tanto, e più, come nel gran freddo, onde vedendo qualche alveario povero d'api, che successivamente si partono e muoiono, lasciando abbandonata l'arnia; pria d'esser affatto deserta, si discuoprirà per levarne la cera o favi secchi, che si troveranno dentro, altamente in pochi giorni saranno mangiati da' vermi. Per allontanare gli uccelli meropi, appellati da' paesani pianas, che mangiano e danneggiano le pecchie, giova molto ficcare appresso, o dentro dell'albìo un lungo bastone, e vestirlo di qualche vecchio abito, acciocché sembri la figura d'un uomo, ed altresì si scacceranno co' fucili carichi di palline, sparandogli nell'atto di perseguitar nell'aria le misere api. Gli insetti danneggianti s'uccidono rovinando i nidi.

Ufficio del custode nell'autunno - Nell'autunno eziandìo si visiteranno gli alveari non per smelarli, ma per coprirli di nuovo, e ripararli nella maniera sovra indicata; e qualora vi fosse qualche alveare così povero d'api, che il prudente custode conoscesse la sua vicina rovina, lavandone i favi secchi, sarà liberata la cera da' vermi, ed altri animali, e scuotendone in terra quelle api, che rimangono per cercarsi forse miglior abitazione nelli vicini alveari. Oltre queste diligenze nel principio dell'autunno si possono cambiare gli alveari da un sito all'altro nella maniera sovra enarrata.

Diligenze per l'inverno. Temporali danneggianti l'api - In tutto l'inverno poco occorre il toccar gli alveari, ma sovente li visiterà il custode, massime nelli temporali di neve e venti, per provvederli di qualche poco di cibo, come acque melate e mosto cotto bolliti e mischiati con poca farina, e fichi morischi spaccati. Questi cibi preparati in piccoli vasi, o canne grosse spaccate, si mettono appresso alle fenestrine, o buchi degli alveari; e sempre che nell'albìo vi fosse molta neve si getterà acqua tepida, accendendo fuoco dentro dell'albìo per liquefar la neve a fine di non danneggiar l'api, siccome il citato Virgilio, trattando di simili rigori del tempo, ottimamente così scrisse:

Utraque vis apibus parìter metuenda ecc.

L'api simbolo di pace - Nel principio di marzo giova molto il levar dagli alveari quella cera superflua di favi vecchi, e secchi appresso al piede, o parte inferiore, per non attaccarsi vermi o tignole, massime nelle casette povere di gente, siccome lo stirpare l'erbe cattive, che si ritrovassero vicine agli alveari, per non impedire il passo libero alle pecchie. Molte altre diligenze notano vari autori rispetto al governo di questi animaletti, e specialmente per guarirli dalle malattie, i quali rimedi oltre non praticarsi in Sardegna sono di poco giovamento, mentre è quasi impossibile il conoscere il male, e mendicare tanta copia di così piccoli animali, che furono in latino idioma denominati apes ab apice, che segna esser i supremi di tutti i viventi privi di ragione, mentre in un corpo minimo risiede tanta virtù. In ogni tempo furono riconosciute l'api per simbolo di pace, come lo denotano i seguenti versi, quali si vedono intagliati nella casa Archiepiscopale della inclita città di Lione in Francia appresso al blasone del Pontefice Urbano Ottavo, il quale aveva l'api per divisa.

Sugite nectareo madidantia lilia rore:
Delicia pacis sugite pacis aves.
Sinite pacificis volucres infloribus orbem,
Nam condire suo lilia melle, queunt.


Preservarsi dalle punture, e guarirle. Utilità del miele, e cera. Virtù, ed uso - Non si dubita che le pecchie amano il buon odore, onde il custode per preservarsi dalle sue punture, pria di toccare gli alveari, si fregherà mani e viso con rosmarino, origano, o melissa, e qualora ricevesse punture, gli giovarà applicarsi subito ferro, foglie di lauro, e fiori di malva, ed il suo decotto. L'utilità che porge al mondo il lavoro di queste benedette mosche, cioè il miele e la cera, è senza pari, perché oltre esser la cera il materiale più sublime per illuminar le tenebre, usa la Chiesa santa delle sue lumiere nel divin culto, siccome s'impiega in altri usi necessari alla umana vita e alla medicina, dando il miele alle medesime uguale comodità per le varie conserve e cibi, e per moltissime composizioni medicinali in cui s'impiega, siccome per la sua virtù balsamica, poiché non solo preserva dalla putredine i cadaveri, e conserva i sorcoli, che si trasportano a luoghi remoti, e molti frutti senza corrompersi, ma eziandìo l'uso del miele nelli cibi giova alla salute, massime dei vecchi.
L'esser purgante è una delle principali virtù del miele, onde si mischia nelli cristieri: con assinzio giova al ventricolo, con issopo riscalda, con rosa rinfresca e scioglie il corpo. Il miele altresì è contra i veleni antidoto: ammazza i pidocchi e fa crescer i peli, applicato nella parte del capo dove fossero caduti. Per fine l'uso del miele nelli cibi e conserve, è più sano del zucchero.
Nell'anno 1749 che lodando Iddio finisco di scrivere questo trattato delle pecchie simbolo di pace, la concesse l'Onnipotente Signore, specialmente in Europa, tra i Monarchi e Principi, i quali per otto anni continui, principiando dal tempo, che lasciò di vivere Carlo Sesto d'Austria Imperadore, l'affliggevano con guerre atrocissime, inviluppate con molti impegni. I frutti della qual pace principia a goder la Sardegna, mentre colla felice venuta del nuovo Viceré l'Eccelentissimo Signore D. Manuele di Valguarnera, le di cui eccelse virtù, impareggiabile raggiro e grandezza d'animo poterono in pochi mesi di tempo dar tali accertate provvidenze contra tanta copia di gente empia e ladra, che infestava questo Regno, mediante le quali moltissimi degli scellerati vengono arrestati, e quelli pochi rimanenti son dispersi, ed affatto confusi; onde liberamente senza pericolo si passa viaggiando in ogni strada, e li bestiami, de' quali a basso si tratterà, si vedono sicuri nelli pascoli.

 

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