Uscito
dalla scuola militare di Fontainebleau col grado di sottotenente
di fanteria (1807), militò dal
1809 nell'esercito del Regno Italico distinguendosi alla
battaglia di Bautzen (1813). Entrato dopo la Restaurazione
nell'esercito piemontese, durante la rivoluzione del marzo
1821 simpatizzò con gli insorti, per cui fu dispensato
dal servizio attivo e confinato in Sardegna. Tornato in servizio,
nel 1840 fu nominato generale e comandò la regia scuola
di marina. Nel 1848 fu inviato a organizzare i volontari
veneti e l'anno dopo fu nominato luogotenente generale e
inviato in Sardegna in qualità di commissario straordinario.
Durante i suoi lunghi soggiorni in Sardegna il La Marmora
elaborò un'interessante carta dell'isola alla scala
1: 250.000 (pubblicata nel 1845) e studiò a fondo
l'isola nei suoi vari aspetti, consegnando i risultati delle
sue osservazioni nel Viaggio in Sardegna dal 1819 al 1825,
o Descrizione statistica, fisica e politica di questa isola
(1826) e Itinerari dell'isola di Sardegna (1860), ambedue
in francese.1
La Sardegna deve
molte delle sue conoscenze al Generale Alberto Ferrero della Marmora. Le sue
opere sono ancora pietre miliari per gli studi archeologici, geologici, etnografici,
faunistici, botanici, artistici e ambientali della Sardegna. Uno dei grandi
esploratori del secolo scorso che ha attraversato in largo e in lungo l’Isola
studiandola in ogni suo aspetto e soprattutto amandola come e forse più degli
stessi sardi.
Nel Montiferro,
che egli chiama ripetutamente la grande montagna vulcanica, e a Santu Lussurgiu in
particolare, egli ha sostato a più riprese, ospite spesso della moglie
di Don Agostino Obino2, ma anche
delle notti stellate trascorse sulle cime dei monti lussurgesi per la sua grande
triangolazione della Sardegna.
Ne riportiamo
la serie:
Il 23 aprile 1827 partì da Cagliari col Prof. Moris,
visitando le montagne di Arbus, di Ales, La Giara, Santo Lussurgiu,
la Planargia, Bosa, dove si trovò il 10 maggio, notando
(pioggia).
Il 22 aprile 1828 partì per Castelsardo, Osilo e
Ploaghe dove nel 30 salì al Nuraghe Fiorosu, e
nel 1 Maggio Sa Pubulena. Seguitò il
viaggio per Terralba, S. Lussurgiu, Bosa, Alghero, e fu nuovamente
in Sassari il 12.
Nel mese di Maggio [1849], essendo R. Commissario feci un giro
per servizio, come viene indicato qui sotto. Nel 21 Cagliari, in un
giorno a Macomer, 22,23 Bosa, 24 Cuglieri, S. Lussurgiu,
25 S. Lussurgiu, Milis, 26 Milis, Cagliari.
L’8 Maggio 1853, probabilmente in compagnia del Generale
Collegno, partì per S. Lussurgiu, Cuglieri, Cabras,
Oristano, e il 12 arrivò a Cagliari.
Complessivamente
il Della Marmora trascorse 13 notti in Monte Urtigu di Monteferru
come egli stesso ci riferisce unitamente a questo curioso episodio che ci mostra
la popolarità del generale tra i pastori del Montiferru.
«... Questo
punto [Monte Entu] domina molte altre cime vicine, tutte della stessa
natura e della stessa forma. La sua altezza è di 1015 metri sopra il
livello del mare. Da questo sito si scuopre una gran parte della costa occidentale
dell’isola, dopo i promontori della Frasca, e di S. Marco,
insino al Capo Caccia presso Alghero. Vale la pena di
procurarsi questa vista, con un’ascensione, a dir il vero, un poco penosa,
ma sempre ombreggiata, e che dura poco più d’ un’ora. Di
più è una strada frequentata dai cacciatori del paese, che si
portano sovente ai piedi di M. Entu e dei luoghi circostanti,
facendovi partite di caccia grossa. Così un giorno che io mi trovavo
appollajato sopra questo picco (avendo verso ponente un precipizio di circa
cento metri ai miei piedi), occupato a prender degli angoli col mio teodolite,
mi è accaduto di sentire tutt’ad un tratto un gran rumore, prodotto
da voci umane, e da calpestio di molti cavalli; questo schiamazzo partiva dalla
foresta che io vedeva al di sotto a volo d’uccello: subito m’intesi
chiamare col mio nome; queste grida provenivano da una numerosa compagnia di
cacciatori di Cuglieri, che a traverso dell’apertura della foresta
m’avevano riconosciuto, perché nessun’altra persona s’avevano
immaginato, sarebbe stata capace di restare appollajata per molte ore sulle
punte più alte delle montagne del loro paese cogli stromenti lucicanti:
essi per conseguenza mi riconobbero meno alla mia figura che dal luogo dove
mi trovava, e dal mio apparecchio, invitandomi coi gesti di discendere ed unirmi
con loro. Ciò feci al tramontar del sole, allorché la mia operazione
fu terminata per quel giorno. Io li trovai, senza molto allontanarmi dalla
mia stazione, e profittai con la loro preda, della cena e del sereno passando
in mezzo ad una allegra e festosa compagnia una notte che io m’ero stabilito
di passare in questa punta molto più silenziosamente colla mia guida».
CASTELLO DI MONTEFERRU
Presso Cuglieri si
trova l'antico Castello
di Monteferru, che ha preso il nome dalla gran montagna.
Per portarvisi si batte una strada poco presso orizzontale: prima si trova,
a dieci minuti dal paese, il convento dei Cappuccini, collocato, come lo sono
tutti i conventi di quest'ordine, in un sito molto pittoresco. Un poco al di
là si trova la fontana pubblica di sopra menzionata, ed a pochi minuti,
nella stessa direzione, si vede elevarsi una cima isolata sopra
la quale sono le rovine del Castello di Monteferru del quale do qui, uno schizzo.
Il
monte dal quale fu costrutto è formato d'una roccia
basaltica grigia, conservando in qualche punto la divisione
prismatica .
II castello
di Monteferro sembra d'essere stato fabbricato da Ittocorre fratello di
Barisone di Torres, che viveva verso l'anno 1186. Era
il luogo di frontiera tra il giudicato di Torres, al quale apparteneva, e quello
d'Arborea.
Nel 1294,
il borgo di Verro, come lo chiama il Roncioni, fu preso dai Pisani, con molti
altri castelli, sotto i fratelli Guelfo e Loto della Gherardesca, figli
dell'infelice Ugolino. Nel 1300 questo castello fu dato in pegno dal Marchese
Malaspina ad Andrea e Mariano d’Arborea, che lo possedeva nel
1308. Nel
1328 il Re Alfonso confermò nel possesso Ugone d'Arborea. Nel
1354 Mariano d'Arborea, rivoltatosi contro il Re D. Pietro, occupava questo
Castello.
Nel 1417 dal Re Alfonso V fu dato a titolo di feudo col villaggio di Cuglieri a
Guglielmo
Montañans che nel 1426 lo vendette a Raimondo Zatrillas.
Appena che
si è lasciato il piede del Castello, si trova davanti ed al suo fianco
una salita molto rapida, sopra la quale si è praticata la così detta
strada di S. Lussurgiu, che è piuttosto un sentiero disastroso in mezzo
ad una bella foresta, dove solo i cavalli sardi possono passare coll'agilità e
fermezza che li caratterizza. Questo sentiero conduce quasi alla sommità del
monte per discendere presto più rapidamente nell’altro versante:
si può così raggiungere in due ore e mezzo di salita e di discesa
il gran villaggio di Santu Lussurgiu, dove si arriva con un pendio rapidissimo,
alla fine del quale vi è un sito ombreggiato da numerosi e vigorosi
alberi di castagne.
A piedi
della stessa montagna di Monteferro, più verso il sud, si può prendere
un altro sentiero più rapido e più difficile del precedente per
portarsi verso una delle punte più elevate della montagna; questo sentiero
poco frequentato passa continuamente in mezzo di una grande e bella foresta,
composta quasi tutta di elci.
Questa punta si chiama Monte Entu, perché essa è realmente
esposta a tutti i venti; ha una forma presso a poco conica
simile a quella del monte del Castello, e come questo, si
compone d’una roccia basaltica grigia, che tende ugualmente
alla divisione prismatica irregolare (...).
A proposito di M. Entu, debbo aggiungere, che la
sola vista di cui si gode verso il mezzodì, verso
ponente, ed in parte verso tramontana è molto estesa,
al contrario è limitatissima verso levante, perché verso
questa parte la montagna si eleva ancora più di 40
metri, e termina con una specie di piano un poco ondulato,
la di cui punta culminante ha l’altezza di 1050 metri
sopra il livello del mare. Questo punto si chiama M.
Urticu, e siccome da questo sito poteva corrispondere
con molti degli altri miei segnali collocati in differenti
cime della parte centrale dell’Isola, che mi stavano
nascosti a M. Entu, così piazzai là il
gran segnale di cui probabilmente esisteranno tuttora gli
avanzi. Basta dire che da questo punto io ho potuto distinguere
verso NO l’isola dell’Asinara, e verso
S E la torre di S. Pancrazio di Cagliari, col capo S.
Elia, distando da questo luogo, l’Asinara 108
chilometri in linea diretta, e 120 la torre di S. Pancrazio.
Da Monte
Urticu sino a S. Lussurgiu la discesa si fa sopra un suolo
assai variato, formato di roccie ignee, ma quella che costituisce il nocciolo
principale della montagna è feldspatica, biancastra e tenera: è più presto
una specie di domite, che una vera lava : io la riguardo come la roccia
fondamentale di tutto questo gran masso, e come la più antica di tutte
le altre che la ricuoprono a guisa di scoli o di mantello. In questa roccia
biancastra si trovano profonde squarciature che mettono al nudo la composizione
mineralogica della montagna, le quali sono molto instruttive per le differenti
specie dei filoni che le traversano in tutti i sensi. Questi consistono prima
in vene, o in arnioni di calcedonia grossolana, di giaspe e di corniola, poi
in diche più recenti, che attraversano ugualmente queste ultime che
sono formate da roccie basaltiche. Una scoria di questo basalto nero si eleva
non lungi da M. Urtigu, che forma una specie di picco, detto M.
Pertusu, la cui altezza non è più di 992 metri.
Tutte queste
cime sono coperte in gran parte da arbusti, come sono lentisco, e corbezzolo;
ma esse sono molto spogliate di grossi alberi; forse ve ne saranno esistiti
nel tempo passato, e probabilmente vi sarà passato il fuoco dei non
curanti capraj, come accade quasi in tutte le montagne dell’isola. Tra
le piante più rimarchevoli che crescono in questo luogo è da
citare l’elleboro (Helleborus lividus Ait. H Kew.) che vi si
trova in certa abbondanza: nel paese si chiama Sibidiglia; perché le
foglie di questa pianta, disseccate e ridotte in polvere, hanno la virtù di
far starnutare le persone: divertimento però meno conveniente, perché una
gran dose, ed un lungo starnutamento non sarebbe senza alcun danno. Inumerosi
castagni che si trovano all’ingresso di S. Lussurgiusono così belli
da non invidiare quelli di Aritzo.
Innanzi d’arrivare alle prime case del villaggio, all’ombra
di questi stessi castagni si trova la fontana pubblica d’un’acqua
abbondante ed eccellente. Essa, durante il giorno, è sempre
animata dalla presenza d’una quantità di donne
e di donzelle che vanno a riempire le loro belle brocche
di forme antiche ch’esse portano sulla loro testa con
tanto di buona grazia, quanto esse stesse si distinguono
per le loro fattezze, per la loro taglia e per una certa
aria di decente agiatezza ch’è loro propria.
Il loro costume altronde è di una grande semplicità,
perché esse non indossano, come le donne di molte
altre parti dell’isola, dei giupponi di stoffa rossa
o gialla; queste di S. Lussurgiu sembrano sempre in
duolo; le loro giubbe a mille pieghe sono fatte di albagio
nero che fabbricano esse stesse,
e portano sulla testa un gran fazzoletto di fondo azzurro,
che annodano per due capj sotto il mento: questo costume è particolare
agli abitanti di questo villaggio, ciò fa che si distinguano
in lontananza a prima vista. Gli uomini sono ugualmente vestiti
di furesi (albaggio)
nero; indossano inoltre la loro beste
peddis la famosa mastruca dei
loroavi Sardi Pelliti. Essi
ricuoprono le loro gambe di calze di cuojo in color naturale,
per motivo delle molte spine che crescono nel loro territorio;
portano quasi tutti ad armacollo una corda a molte pieghe.
Questa è una
specie di laccio, arma terribile degli americani spagnuoli,
i Lussurgesi se ne servono destramente, come quelli,
ma solamente per fermare i loro cavalli, e le bestie di soma
che essi allevano con una cura particolare; questa è la
loro professione ordinaria mentre l’agricoltura vi è poco
attivata. Nel paese si contano molte famiglie nobili : è da
qualche anno che vidi una donna parigina maritata ad uno
di questi signori: io la visitava tutte le volte che i miei
travagli mi conducevano a S. Lussurgiu
Note
1 CD-Rom Enciclopedia Rizzoli Larousse © 1996 R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.a.
2 Mad. Jeannette Terse della casa Bancaria Terse; un matrimonio
combinato in casa Target, posto che la banca predetta
era legata alle industrie di Bougnart e Prevost e nelle
quali doveva avere interessi anche Don Michele Obino.
Dopo qualche anno di permanenza a Parigi, Don Agostino
rientrò a Santulussurgiu con la sua sposina, che
divenne amica di Alberto La Marmora che la ricordò nel
suo Itinerario di Sardegna: «Nel
paese si contano molte famiglie nobili: è da qualche
anno che vidi una donna parigina maritata ad uno di questi
signori; io la visitava tutte le volte che i miei travagli
mi conducevano a S. Lussurgiu». La Marmora
conobbe Donna Giovannica Obino durante le rilevazioni
geodetiche che richiesero lunghe soste a Santulussurgiu,
tra il 1828 e il 1832, e la visitava col nostalgico sentimento
ch’egli aveva della Francia […]. In CHERCHI
PABA F., Don Michele Obino
e i moti antifeudali lussurgesi (1896 – 1803),
Editrice Fossataro, Cagliari, 1969, p. 250 e in Nota
410.
3 ALBERTO DELLA MARMORA A., Itinerario
dell’isola di Sardegna, Op.
cit., pp. 357,358.
4 V. Parte 3. Vol. I, Cap. XV, p. 632, fig.
112.
5 Tola, Dizion. Biogr.
Sardo not.3.vol.2.p.147
6 Manno, loc. cit. tom. II, cap. IX, p. 47.
7 Esse sono laboriosissime ogni casa ha un mestiere. Si
dice che questo villaggio fornisca annualmente più di
1500 pezze di albagio ch’è il più apprezzato
in tutta l’isola, e del quale gli abitanti del
luogo fanno un commercio molto attivo. Gli uomini si
occupano pure in opere di falegname, facendo dei pregiati
lavori di mobiglie domestiche, di incisioni, e bassi
rilievi, come pure di fiaschette di campagna. Il commercio
si è accresciuto, perché la strada mette
in comunicazione con Oristano, passando per Bonarcadu,
Senes e Milis (N.S.).
8 (2)
In questo villaggio vi era un Convento di Osservanti che
si vuole fondato nel 1470 dal beato Bernardino da Feltre venuto
in Sardegna. Più nel 1842 si principiò a
fabbricare un collegio di PP. Scolopi secondo i
lasciti che aveano disposti due ricchi proprietari del
Villaggio, Pietro Paolo Carta e Giov. Andrea Meloni:
ma per la soppressione degli enti morali fatta nel 1866,
l’edifizio restò a metà (N.S.).
|

Giuseppe Cominotti
Ritratto di Alberto Della Marmora

Monte Ferru

Castello di Monteferru
(Da uno schizzo di A. Della Marmora) |