Domenica, 20 Ottobre 2019

LA MISSIONE DEI CAPPUCCINI AD ALGERI PER IL RISCATTO DEGLI SCHIAVI CRISTIANI NEL 1585

La pirateria e la guerra di «corsa»esercitate dai popoli mussulmani fin dal Medioevo ed intesificatesi dagli inizi del '500 avevano come più triste conseguenza la schiavitù dei cristiani caduti in loro potere. Lo spirito della carità cristiana fu sollecito a procurare la liberazione, mediante il riscatto, del maggior numero possibile di questi infelici.

Nel Medioevo erano stali fondati due Ordini religiosi aventi come loro attività fondamentale il riscatto degli schiavi cristiani: l'Ordine di S. Maria della Mercede e quello della Ss. Trinità della Redenzione degli schiavi.I padri Mercedari e Trinitari, diffusi soprattutto in Spagna ed in Francia, svolsero efficacemente la loro opera nei secoli del Medioevo e la continuavano nel sec. XVI quando il sorgere nell'Africa settentrionale degli Stati Barbareschi, protetti dall'accresciuta potenza dell'impero ottomano, minacciò più gravemente la sicurezza del mare Mediterraneo e delle coste europee in esso affacciantisi ed accrebbe notevolmente il numero degli schiavi cristiani.

Sul finire del '500 la guerra corsara dei Barbareschi raggiungeva il suo massimo sviluppo e le incursioni continue sulle coste e la cattura delle navi cristiane percorrenti il Mediterraneo recavano di continuo schiavi sulle sponde africane cristiani di ogni nazione, soprattutto spagnuoli, francesi ed italiani.2

Per rendere più adeguata l'azione redentrice a favore degli schiavi si sentì la necessità di creare nuove istituzioni, e ne sorsero infatti in quel periodo, in vari stati italiani.3

A favore degli schiavi appartenenti al territorio dello stato ecclesiastico, il papa Gregorio XIII istituì nel 1581 a Roma l'Opera Pia del Riscatto affidandone l'esercizio alla più illustre arciconfraternita romana, quella del Gonfalone, cui erano aggregate in Italia e fuori centinaia di altre compagnie.4

L'arciconfraternita, le cui attività fino allora non erano state soltanto di devozione religiosa ma anche di beneficienza, come il procurare le doti alle giovani povere, accettò l'incarico che il Papa le assegnava e si volse alla esecuzione di esso.5 Il denaro necessario al riscatto degli schiavi proveniva dalle elemosine che ebbe facoltà esclusiva di raccogliere a tale scopo in tutto lo Stato pontificio e dagli assegni che i Pontefici le fecero su alcuni proventi della Curia.6 A tutti coloro che si adoperavano a favore della pia opera Gregorio XIII concesse speciali indulgenze, confermate ed accresciute poi da Sisto V.7

Lo Stato pontificio, come gli altri Stati italiani, era minacciato dai corsari delle Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli che si spingevano, con le loro leggere ed agili imbarcazioni, fin nei pressi delle coste tirreniche ed adriatiche sbarcandovi talora improvvisamente e traendone schiavi gli abitanti oltre a far bottino di quanto trovavano.8 Il più potente degli Stati barbareschi era Algeri e quivi erano molto più numerosi che altrove gli schiavi cristiani. Fu pertanto in questa città che la confraternita romana decise nel 1584 di inviare la sua prima missione di Redentori.

Quali membri della missione furono prescelti oltre al sacerdote Giovanni Sanna, decano di Ales, ed al cittadino romano Ludovico Giumi, che era stato schiavo in Algeri, i due padri cappuccini fra Pietro da Piacenza e fra Filippo da Roccacontrada.

Le notizie biografiche sui due padri sono scarse: di fra Filippo si sa soltanto che era stato «dottore al secolo». Di fra Pietro ecco quanto riferisce l'Historia Capuccina di fra Mattia da Salò: «Era F. Pietro nato di padre assai nobile detto Mr. Ottaviano Baffoli, d'un castello detto Pellegrino nel Piacentino; studiò leggi in Pavia et ivi fu dottorato. Posto poi in habito clericale andò a Roma, ove menò vita spirituale sotto la disciplina de Padri detti dell'Oratorio; ma desideroso di andare a maggiore perfettione, fecesi Cappuccino...».9

Fonte delle notizie che di questa missione ad Algeri si avevano finora era una relazione di non precisato autore, riprodotta dal P. Mattia da Salò nella sua opera storica e pubblicata separatamente nel 1924.10

L'ignoto autore, sulla cui identificazione crediamo di poter proporre, come diremo a suo luogo, una valida ipotesi, riferiva con parole di fervida ammirazione l'opera svolta dai due religiosi fino alla morte, seguita per il contagio della peste, contratta nel curare gli schiavi ammalati. Sulle ultime ore di fra Pietro ed il suo eroico atteggiamento dinanzi alla morte egli riferiva con larghezza di particolari come di persona che sia stata personalmente presente.

Le ricerche compiute nell'Archivio dell'Arciconfraternita del Gonfalone, ci hanno fatto ritrovare una ricca documentazione relativa a questa missione in Algeri. Dai documenti rinvenuti che adesso pubblichiamo si ricava una più ampia conoscenza dell'attività svolta dai padri cappuccini e di tutta l'organizzazione e lo svolgimento di questa missione.11

Le direttive generali e le minute prescrizioni per l'attuazione della missione sono contenute nella lunga Instruttione diretta ai quattro Redentori.12 Fin dalle prime righe, ed in seguito in più punti appare chiara la superiorità riconosciuta a fra Pietro, alle cui decisioni dovevano rimettersi in ogni contestazione e dubbio gli altri membri. Il laico messer Lodovico Giumi era consegnatario del danaro calcolato bastante per il viaggio sino a Marsiglia, porto d'imbarco per Algeri. Nella città francese avrebbero trovato altra somma accreditata presso un Banco. Il decano di Ales compiva tutta la missione a sue spese, pure era egualmente pregato di controllare i conti che dovevano essere tenuti continuamente in regola.

I padri cappuccini si erano già messi in viaggio quando il testo dell'Istruzione fu consegnato agli altri due membri. I due religiosi dovevano attendere i compagni a Livorno o a Lerici, per imbarcarsi poi insieme alla volta di Genova e successivamente di Marsiglia. A Genova si sarebbero informati delle possibilità di trasferire ad Algeri il denaro necessario per il riscatto, per confrontare poi queste condizioni con quelle offerte dai mercanti di Marsiglia. Una prova dei disagi che si supponeva comportasse il viaggio è data dalla previsione, fatta nell'istruzione, dell'eventuale malattia e perfino della morte di qualcuno dei membri, in relazione alla quale si davano le disposizioni cui attenersi. Ai Redentori erano affidate delle lettere di presentazione dirette al Governatore della Provenza13 e ad altri influenti personaggi da cui si sperava avrebbero ricevuto protezione ed aiuto.

A Marsiglia, presso il mercante Ludovico Felix14, avrebbero trovato il salvacondotto per entrare nella città barbaresca. Se non fosse stato pronto avrebbero cercato di ottenerlo quanto prima, giovandosi dell'aiuto del Gran Priore e del mercante Felix. Per quanto riguardava il trasferimento del denaro ad Algeri si consigliava di portarlo in sacchetti assicurati, lasciando però ad essi di decidere se fosse questo il mezzo migliore ovvero il trasferimento per lettera di credito sulla piazza di arrivo.

Il Breve Cum Algerium di Gregorio XIII (5 dic. 1584) diretto a fra Pietro15, con cui era concessa al frate cappuccino la facoltà di assolvere gli schiavi «a quibusvis peccatis» anche riservati alla Sede Apostolica, si consigliava di lasciarlo nel convento dei Cappuccini di Marsiglia, insieme con la Patente data loro dall'Arciconfraternita e sottoscritta dai Cardinali e Guardiani mentre avrebbero recato seco quella «vulgare», sottoscritta soltanto dai quattro Guardiani allora in carica, tutti patrizi romani: Gerolamo d'Avila, Paolo Mattei, Carlo de' Massimi ed Ulisse Lancerini.16 Riguardo ai primi atti da compiersi ad Algeri erano dati loro molti consigli di prudenza e di accortezza, ispirati dalla diffidenza che suscitavano i mussulmani.

Quanto agli schiavi da riscattare dovevano essere prescelti anzitutti quelli indicati nella lista ad essi consegnata17, di alcuni dei quali il prezzo di riscatto era stato pagato da parenti od amici. Degli altri essi dovevano assumere più precise informazioni, riscattando per quella prima volta i meno costosi, per poterne liberare un maggior numero, «et l'altri - prosegue l'istruzione - consolerete con darli speranza per la seconda volta et che fratanto habbino patientia». Anche su questo punto, la designazione degli schiavi da riscattare tra quelli in lista, si ordinava espressamente al Decano di Ales ed a messer Lodovico di «condescendere et obedire all'opinione di fra Pietro il quale debbia fare detto compartimento de schiavi standocene noi su la sua conscientia», e similmente si ripeteva più avanti. Oltre all'avvertenza di non dare se stessi in pegno per effettuare un riscatto cui non bastasse il denaro contante, senza prima aver interpellato l'Arciconfraternita, si davano altre minori disposizioni circa il riscatto, circa l'alloggio da scegliersi in Algeri ed altre particolarità.

Caratteristica è la raccomandazione di far fare agli schiavi riscattati «voto o giuramento de mano loro de venire a Roma insieme con voi ms. Lodovico a visitare la Chiesia di S. Pietro et di presentale alli piedi de S.B.ne et alla Archiconfraternita del Confalone per rendere gratie del loro rescatto».

Era infatti consuetudine che gli schiavi tornati in patria si recassero in processione di ringraziamento accompagnati dai religiosi o dai membri delle confraternite che ne avevano procurato il riscatto. Si concedeva inoltre facoltà di riscattare i frati cappuccini che eventualmente fossero schiavi in Algeri anche ad un prezzo maggiore di quello stabilito come regola per gli altri schiavi perché così, si diceva, era volere del Papa «et debito della Archiconfraternita per l'obbligo che tiene à detta religione dei capuccini».18 Si davano poi le disposizioni per il viaggio di ritorno di messer Lodovico con il primo gruppo di schiavi redenti e quelle riguardanti l'invio della corrispondenza a Roma e l'amministrazione del denaro in Algeri.19 
La superiorità riconosciuta a fra Pietro si rileva ancora dalla disposizione che nelle lettere inviate a Roma vi fosse sempre la sua firma, oltre quella di un altro membro almeno, e a lui era inoltre affidato il sigillo dell'Arciconfraternta.20

Queste che abbiamo illustrato sono le principali disposizioni ed avvertenze date ai quattro Redentori per l'esecuzione della loro missione. L'Istruzione fu firmata dal Decano e da messer Lodovico, mentre a fra Pietro che era già partito col suo compagno, si richiedeva, secondo l'ultimo paragrafo dell'istruzione stessa una dichiarazione per lettera la quale servisse come accettazione di quanto l'istruzione stabiliva. All'Istruzione segue il testo dei Capitoli stipulati tra il decano di Ales e Lodovico Giumi da una parte e l'Arciconfraternita dall'altra, per cui i due si impegnavano a compiere il viaggio «senza premio alcuno gratis e per l'amor di Dio et per la compassione dei poveri schiavi cristiani tra i quali ms. Lodovico come dice, è stato longo tempo».

Come prescritto nella Istruzione i due frati si erano recati a Lerici e qui attesero gli altri due compagni di viaggio. Tutti insieme esaminarono qual fosse il mezzo migliore di cui servirsi per passare a Genova e, come narra fra Pietro nella lettera scritta da quella città il 13 dicembre21, trovarono una fortunata occasione: il gentiluomo genovese Cesare Pallavicino offrì loro un passaggio per Genova sul suo vascello e, conosciuta la meritoria opera cui si dedicavano, concesse gratis il medesimo vascello, con equipaggio pratico, per condurli sino a Marsiglia. A Genova, ove giunsero il 12 dicembre, trat- tenendovisi quattro giorni, cominciarono ad avere qualche notizia più diretta sul prezzo degli schiavi in Algeri e ne riferirono a Roma per avere dilucidazioni su come regolarsi. Fra Pietro precisò, in risposta alla richiesta avuta, di non poter egli, per la Regola del suo Ordine, sottoscrivere l'istruzione a guisa di contratto, ma replicò che avrebbe pienamente obbedito alle volontà dei Guardiani. Il viaggio per Genova non era stato del tutto agevole ma essi si dichiararono tutti «con bona dispositione del corpo» benché da Pisa li avessero colti le piogge, e raccomandarono di pregare per loro e fra Pietro aggiunse: «Parlando di me cognosco che questo viaggio non era per la mia debolezza, se le orationi non l'avessero aiutata».

Nella lettera successiva del 17 dicembre22 riferivano le notizie avute da un mercante genovese, che aveva risieduto ad Algeri per dieci anni, circa le pratiche per effettuare i riscatti. Vennero così a sapere che i Redentori erano anzitutto obbligati dal Pascià a riscattare alcuni schiavi di proprietà sua a alcuni di tre suoi ufficiali, da essi imposti al prezzo degli schiavi atti al remo, cioè più cari. Il Pascià e gli altri alti ufficiali si disfacevano in tal modo proficuamente di quegli schiavi che, essendo vecchi o malati o per altro motivo, non sarebbero stati facilmente richiesti in riscatto, davano notizia di aver ricevuto il Breve di Gregorio XIII a fra Pietro, il quale aveva subito esteso le facoltà concessegli al padre Decano ed al confratello, e comunicavano infine la partenza per Marsiglia il giorno stesso.

Da Marsiglia scrivevano il 10 gennaio 1585 ragguagliando del viaggio fatto sul vascello del signor Pallavicino.23 Il salvacondotta da Algeri non era giunto ed avrebbero dovuto attenderlo ancora alcuni mesi. Decisero allora, per consiglio del signor Felix, di ottenerne uno dal Governatore della Provenza, presentandogli le lettere avute per lui dal Cardinale Alessandro Farnese. Comunicarono ancora di aver ottenuto una lettera di credilo sulla piazza di Algeri per l'importo di tremila scudi, non recando così il denaro contante con sé e pregarono i Guardiani di ottenere una lettera di raccomandazione del Re di Francia, nulla essendo più giovevole presso il Pascià. Non attendevano che il vento favorevole per partire e nel concludere la loro lettera, considerando le difficoltà che si profilavano nell'impresa iniziata, invocavano l'aiuto divino e le preghiere per ottenerlo.

Dopo dieci giorni ancora attendevano il vento favorevole alla navigazione e nella lettera del 20 gennaio,21 replicate le notizie precedenti, aggiungono d'essere entrati in relazione con il mercante Antonio Lencio «quale è di molla autorità in Barberia et stretto amico del Re di Algieri et è molto affezionato alla religione de padri Cappuccini».25       A lui si rivolsero i nostri Redentori e ne ottennero lettere di raccomandazione diretta al Sovrano d'Algeri e consigli preziosi sul come comportarsi nella città barbaresca. Quanto alla partenza riferivano che tutto era pronto e solo si attendeva un mutar del vento, regnando allora «levanti quali sono contrari alla navigatione». La breve lettera da Marsiglia del 1° febbraio è scritta dal solo fra Pietro: non v'erano novità; attendevano ancora il vento propizio per partire alla volta di Algeri.26

Nella città barbaresca sbarcarono, dopo un felice viaggio, il 20 febbraio. La prima lettera da Algeri, in cui riferivano delle condizioni degli schiavi e dell'udienza avuta dal Pascià, è del 26 febbraio.27 Presentando il salvacondotto e le lettere del Gran Priore di Francia furono ricevuti dal Pascià in udienza pubblica, alla presenza cioè dei consiglieri ed alti ufficiali. Il Pascià si risentì che non gli fossero stati recati doni, come era consuetudine. L'opportunità o meno di recare questi doni era stala accennata nella Istruzione data loro a Roma, ritenendosi preferibile non recar nulla per non dare l'impressione di ricchezza e stimolare in tal modo ancor di più l'avidità dei Barbareschi. La decisione su questo punto era stata rimessa al giudizio di fra Pietro che preferì attenersi al parere dell'Arciconfraternita.

Nella loro lettera i Redentori tratteggiano così il carattere del sovrano mussulmano: «Questo Re è tanto avaro, et tiranno, che si crede costui esser il più crudele che sia stato in questa città a recordi d'huomini. Astutiss.o et cerca cavar danari da tutti non portando rispetto a veruna persona». Le trattative per ottenere dal Pascià la facoltà di esercitare l'attività redentrice si svolsero per mezzo di un interprete.

Il Pascià offerse loro genericamente le stesse condizioni concesse alle altre Redenzioni «et non di più ne di meno». I Redentori abilmente allora dichiararono di accettare le condizioni fatte alla Redenzione di Napoli28 che in confronto a quelle offerte alle Redenzioni

La peste, del cui principio fra Pietro aveva dato notizia nella lettera del 27 aprile si era andata diffondendo facilmente tra gli schiavi che vivevano nei «Bagni» per le condizioni stesse di vita in quei locali.35 Il 22 maggio fra Pietro scriveva al Felix di Marsiglia e ai Guardiani del Gonfalone riferendo che la pestilenza si era da qualche giorno aggravata e si dubitava che durasse, facendo interrompere il traffico con il porto barbaresco.36 La saettina37 del mercante Borgal partiva quel giorno per Marsiglia e sarebbe tornata in Barberia in luglio facendo scalo però in un porto vicino ad Algeri e con il ritorno di essa fra Pietro sperava ricevere il denaro da Roma, essendo già indebitato per i riscatti effettuati a credito. Egli, ormai solo con il confratello, si adoprava per assistere spiritualmente e materialmente gli schiavi, soprattutto gli infermi, raccogliendo elemosine nella città. Due schiavi già riscattati, messer Tittiniano da Fermo ed una donna, erano morti di peste come pure un padre cappuccino schiavo, fra Francesco sardo della provincia di Palermo. Fra Pietro suggeriva poi ai Guardiani dell'Arciconfraternita di ottenere dal Papa il beneficio dei 17.000 scudi, in contanti ed in mercanzia, lasciati dal redentore don Lorenzo da Siena a Biserta e Tunisi, indicando anche la via migliore per trasferirli da Tunisi ad Algeri.38 Fra Pietro aveva anzi inviato a Roma uno schiavo da lui riscattato, messer Francesco, il quale era pratico di Tunisi ed a piena conoscenza della situazione dei beni lasciati da don Lorenzo alla sua morte ed avrebbe quindi potuto utilmente accompagnare a Tunisi un eventuale inviato da Roma. 

Lo spirito di sacrificio del frate cappuccino si mostra mirabilmente nel rifiuto opposto alla proposta di chiedere dal Papa una dispensa alla Regola alla quale egli ed il frate suo compagno erano vincolati, adducendo tra i motivi il non voler offrire occasione di scandalo ai mussulmani; soltanto chiedeva di ottenere l'autorizzazione, attraverso un Motu proprio del Papa, a sottoscrivere contratti, obbligazioni e simili atti, il che era a rigore contro la Regola francescana. Per il resto egli volle restare fedele a tutte le prescrizioni della Regola e con ogni sacrificio della sua persona si prodigò quanto più poteva nell'assistenza materiale e spirituale degli schiavi ed anche dei rinnegati che in gran numero volevano tornare alla fede cristiana conquistati dalla parola persuasiva e dall'esempio edificante del missionario cappuccino. «Molti renegati — scriveva — vogliono tornare alla fede et molti che si volevano far turchi non si fanno; et i renegati ci fanno delle elemosine dimodoche l'attendere alla conversione delle anime è un grand.ma impresa». Riferiva ancora di aver subito degli atti ostili da parte dei mussulmani i quali attribuivano ai riti sacri da lui compiuti la causa della peste ed erano inoltre adirati per l'uso del vino che i cristiani facevano, e che invece è severamente proibibito dal Corano, e per la tolleranza con cui erano tenute delle meretrici.39

Gli algerini si limitarono in fine a proibire la vendita del vino ed a gettare in mare due meretrici, rispettando le immagini sacre e permettendo la celebrazione delle messe. Fra Pietro temeva però che non avendo i loro provvedimenti fatto cessare la peste avrebbero proibito i santi sacrifici «il che se faranno - egli scriveva - spero che i boni christiani non li ubidiranno ma più tosto vorranno morire per volere ubidire a Dio che vivere per voler temere il mondo». Nel concludere la sua missiva fra Pietro sollecitavi i Guardiani dell'Arciconfraternita di indire pubbliche preghiere per loro «poveri christiani d'Algeri acciò il S.re ci dia fortezza di resistere con pazienza et humiltà al furore di questi barbari quali non cercano cosa maggiorai.te che spengere il collo chrisliano». Nelle ultime parole il frate, pregando di scusarlo presso i suoi Superiori, a cui non scriveva per il gran da fare, alludeva ad una sua lettera ad essi diretta in cui era richiesta la soluzione di alcuni «casi».

Mentre i due missionari cappuccini continuavano la loro opera nella città barbaresca, il primo gruppo di schiavi riscattati tornava in patria, accompagnato dal sacerdote Giovanni Sanna e da Lodovico Giumi. Essi annunciavano il loro sbarco a Civitavecchia il 24 maggio, dopo tre settimane di navigazione, e chiedevano all'Arciconfraternità qual via tenere per il ritorno a Roma. Dalla lettera successiva del 27 maggio, apprendiamo che scelsero il viaggio per terra e preannunciarono il loro arrivo per uno dei giorni seguenti.40

Gli schiavi riscattati dall'Arciconfraternita del Gonfalone, si recarono. accompagnati dai Guardiani e con gran concorso di popolo, a render grazie a Dio nella basilica di S. Maria Maggiore e quindi a ricevere la benedizione del Sommo Pontefice. L'elenco degli schiavi redenti fu pubblicato in un manifesto a stampa che veniva affisso alle porte delle chiese per dar notizia dell'awenuto riscatto ed incitare a soccorrere i molti altri fratelli che giacevano in schiavitù.41

I nominativi sono raccolti sotto le iniziali dei nomi propri, disposte in ordine alfabetico, e sono seguiti dalla semplice indicazione del luogo d'origine. I più erano romani, napoletani, calabresi, genovesi e tra tutti vi era un religioso, il fiorentino frate Matteo dell'ordine dei Servi, e quattro donne.42

Fra Pietro che umilmente si era dichiarato indegno ed insufficiente all'opera affidatagli, si prodigò instancabilmente ad essa, senza riguardi per la sua persona. Chiamato la sera del venerdì 31 maggio – come riferisce l'anonima lettera copiata dal p. Mattia da Salò – da Don Diego di Ravaneda, appestato, ebbe contagiato da lui il morbo esiziale. Pur tra gli atroci dolori il frate cappuccino, con grande forza d'animo, si mantenne sereno e confidente nel volere divino fino alla morte avvenuta a mezzogiorno del 6 di giugno.

Nell'Archivio dell'Arciconfraternita del Gonfalone dopo le lettere di fra Pietro e quelle dei Redentori giunti a Civitavecchia, ve ne sono due di fra Filippo, restato solo e smarrito a continuare tra gli schiavi l'encomiabile opera di assistenza e di conforto religioso.

Due giorni dopo la morte di fra Pietro il compagno scriveva ai Guardiani dell'Arciconfraternita dando loro la tristissima notizia: «... come el buon padre fra Pietro, venerdì di sera caschò infermo di peste che fu l'ultimo di maggio, giovedì poi ben a buon ora sei del presente mese di maggio [sic] rese il spirito a Deo».43 Non aggiunge particolari a noi sconosciuti ma conferma il racconto tradizionale, riferendoci inoltre lo svolgimento del funerale. «Fu accompagnato il corpo con la croce avante da me et dal'altro capuccino schiavo con il sig.re Console di Francia col sig.re Borgal nostro mercante, con alcuni gentil'huomini et franchi et schiavi, con tre religiosi che sono restati, et molti schiavi quali tutti hanno pianto la morte del padre amaramente, tutti dico portavano candele accese, et molte torcie presentate al glorioso S. Rocco, fattolo poi mettere in una casa honorata con boniss.a sepoltura, cosa che mai più in questa terra s'è fatta». Fra Filippo non si stanca di lodare le virtù e l'opera svolta dal compagno che lo ha lasciato ed esprime con sincera vivezza di espressioni il suo stato d'animo dopo la perdita subita: «... dunque sendo io restato solo non posso far non rammaricarmi; non mi posso continere, mi aborrisce il manggiare [!], et con tutta la mia solitudine, mi da pena ogni compagnia, et mi par haver piacere nelli sospiri et lagrime, sia dunque laudato il sig.re, io sempre ho desiderato far la volontà di Dio, et de mei prelati et particolarmente in questo viaggio et al presente». Il frate riferisce di aver seguilo il consiglio del medico del Pascià e di altri, di non recarsi a visitare gli schiavi appestati, essendo anch'egli mezzo infetto, e di limitarsi a confessare gli schiavi sani. Egli d'altronde non s'acqueta in questa decisione ricordando le esortazioni di fra Pietro a curare gli appestati, il cui numero era di circa cento. Di fronte alla risolutezza di decisioni e di azione con cui abbiam visto agire fra Pietro, incurante d'ogni pericolo e schivo d'ogni riguardo, le lettere di fra Filippo palesano una esitazione ed un timore umanamente molto comprensibili.

Pur non recandosi tra gli appestati, egli continuò a confessare e ad amministrare i santi sacramenti, dirigendo anche l'assistenza materiale degli infermi. Nella sua seconda lettera, del 30 giugno14 riferiva che ben trecento schiavi erano morii, pur essendosi per essi tentato ogni rimedio, e cinquecento avevano superato il male che ormai tendeva a decrescere, come era solito avvenire in Algeri all'avvicinarsi del solleone. Molti schiavi avevano cooperato con il frate cappuccino nell'assistere i compagni colpiti e fra Filippo sollecitava per essi il riscatto, al ritorno, che si sperava prossimo, dei Redentori. Giunsero in quei giorni ad Algeri - come fra Filippo sempre nella sua lettera riferiva - una cinquantina di schiavi presi nelle galee del Papa. Di essi, che appartenevano al corsaro Murad-rais, alcuni erano soldati, cioè membri effettivi dell'equipaggio, altri avevano ormai compiuto il loro servizio e molti di essi erano malati «per tante fatighe et bastonate che hanno haute». Fra Filippo attendeva il ritorno del Decano e di messer Lodovico e raccomandava ch'essi portassero buona somma di denaro per poter riscattare tutti coloro ai quali era stato promesso.

Quando ormai la peste era quasi scomparsa e si andava pensando ad un nuovo invio di Redentori nella città barbaresca per effettuare un più numeroso riscatto, fra Filippo cadde ammalato e dopo cinque giorni morì il 6 agosto 1585.45 Della sua morte diede notizia ai Guardiani dell'Arciconfraternita romana il vice console di Francia ad Algeri Jacques Bionneau.

Nella lettera del 10 agosto46 il Bionneau narra come otto giorni prima della morte di fra Filippo, l'immagine di S. Rocco aveva «sudato sangue puro et una de la madonna che li era presso latte il quale, con gran R.a fu asciugato da la bona memoria del R.do pre' fra Philippo, con cottone». Sulla natura e significato del fatto qui accennato e degli altri miracolosi fenomeni attribuiti alla immagine di San Rocco che i frati avevano con loro non si può precisare nulla per la brevità ed oscurità delle testimonianze stesse. Il vice console francese ha parole di grande elogio per l'attività svolta dai due frati nell'assistere gli schiavi che egli fa ascendere a trentamila, e prega vivamente i Guardiani del Gonfalone di inviare di nuovo «simili medici spirituali et in maggior numero che sia possibile» affermando che se i denari dell'Arciconfraternita riscatteranno cento schiavi, i padri cappuccini salveranno la maggior parte delle anime «si come si spera che sia stato — scrive il Bionneau — fra 600 che ne sono morii in cinque mesi de li quali sono informato che vi erano quelli che havea 30, 40 e 50 anni che non si erano prevaluti de li sacramenti de la penitentia et eucharestia tanto erano refredati in la religione per non havere chi li ammonisca et essorti».

All'inizio della svia lettera il Bionneau così diceva: «Addì 11 di luglio recevi mia cortesissima littera de Vre 111.me Sig.rie delli 3 di giugnio, nel qual tempo essendo già morta la fe. me. del R.do Pre fra Pietro, rispose à essa e del tutto li diedi parlicular raguaglio...». Questo «particular ragguaglio» inviato ai Guardiani del Gonfalone e che non si ritrova tra le carte d'Archivio non potrebbe identificarsi con la relazione anonima, fonte finora delle conoscenze su questa missione? L'autore sarebbe quindi il Bionneau che, data la forma impersonale di <span class="Corpodeltesto3Corsivo">"font-size: 9.0pt;">Ragguaglio conferita alla sua relazione, citava come terza persona se stesso quando elencava, tra i seguaci del funerale di fra Pietro, il console di Francia.

Morto fra Filippo ed andati via col Pascià ormai scaduto di carica, i quattro sacerdoti che egli teneva schiavi, non era restato più .alcuno ad assistere spiritualmente quel gran numero di anime viventi di continuo in grave minaccia per la loro fede. Il Bionneau, a casa del quale avevano alloggiato i padri cappuccini, rinnovava l'offerta di ospitalità per i nuovi Redentori clic l'Arciconfraternita avrebbe inviato e accludeva copia dell'inventario degli oggetti di fra Filippo.

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 0cm; line-height: 10.8pt; mso-line-height-rule: exactly; mso-list: l1 level1 lfo2; tab-stops: 13.3pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 2.0pt;"><!-- [if !supportLists]-->"font-size: 9.0pt; font-family: 'Century Schoolbook','serif'; mso-fareast-font-family: 'Century Schoolbook'; mso-bidi-font-family: 'Century Schoolbook';">"mso-list: Ignore;">I"font: 7.0pt 'Times New Roman';">&nbsp;&nbsp;&nbsp; due salvacondotti, l'uno del Pascià andato via, l'altro del nuovo eletto, Marni Bassa, sono in mano di Guglielmo Borgal, scriveva il vice-console francese rammaricandosi di ciò, ritenendo che nessun altro che lui avrebbe dovuto esserne il custode, dato il grado e la dignità che aveva. Egli proseguiva accusando il connazionale di essersi comportato male con i frati cappuccini, negando loro il credito e danneggiando così la pia opera. Il motivo per cui il Bionneau tendeva a screditare Guglielmo Borgal presso i Guardiani dell'Arcicon- fraternita era il desiderio di farlo sostituire con un suo raccomandato, messer Bartolomeo Summa. A parere del Bionneau il mutamento del Pascià era favorevole all'opera della Redenzione, essendo Marni Bassà «persona di miglior natura e condilion ch'el passato»17.

L'epidemia della peste s'era ormai estinta, come si prevedeva, all'entrata del solleone e già era ripreso il traffico ed eran giunte da Marsiglia due sacttie'18. Guglielmo Borgal non ignorava di certo l'ostilità che nutriva per lui il vice-console della sua nazione, e nella lettera che scrisse all'Arciconfraternita il 5 settembre giustificò il possesso del salvacondotto dicendo che gli era stalo consegnato da fra Filippo stesso per farlo riconfermare dal nuovo Pascià19. Su costui si esprime anch'egli con ottimismo: «Assan Bassà &egrave; andatto via di qua e in suo luoco &egrave; venutto Mahamet Bassa liuomo molto tratabil e de buon procedere apresso del quale io posso quanto voglio». Non risparmiò il Borgal di gettare qualche sospetto sul Bionneau a proposito di certi denari che fra Filippo aveva in consegna e che non si ritrovarono alla sua morte.

Egli ricordava con ammirazione la figura di fra Pietro e la sua morte «ch'&egrave; stata tanto acerba ed erta a questi poveri schiavi haven- do perso uno così buon padre et consolatore d'aflitti», e dice che non saprebbe descrivere «gli rigretti et pianti che se ne sono fatti et fanno continuamente per esso». Ma non soltanto nella memoria ri"font-size: 9pt;">conoscente dei cristiani era vivo il ricordo del buon padre cappuccino ma egli era ricordato con ammirazione «ancora dagli Turchi che de la vita santita e procedere d'esso non se ne pono saciare de ragionare». Che la santità e la bontà del frate fossero ricordate anche dopo la sua morte e puranco dai mussulmani &egrave; per lui l'encomio e la gloria più grande.

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Con la morte dei due padri cappuccini si concluse questa prima missione inviata dalla confraternita romana in Barberia. Se i 71 schiavi riscattati possono apparire ben poca cosa dinanzi alle migliaia che ne restavano, il bene operato con la parola di conforto e di ammonimento e con l'opera costante di assistenza materiale e religiosa, &egrave; veramente incalcolabile-

La missione di fra Pietro e fra Filippo ebbe l'alto riconoscimento di Sisto V e di essa si fa menzione in alcuni scritti degli anni successivi<a href="#_ftn38 ftn38;_ftnref38"><!-- <span class="Corpodeltesto30">[38]</a>. Il sacrificio dei due padri cappuccini aprì quasi la strada ¦ai quattro confratelli che furono inviati ad Algeri dall'Arciconfra- ternita del Gonfalone l'anno seguente<a href="#_ftn39 ftn39;_ftnref39"><!-- <span class="Corpodeltesto30">[39]</a> ed ai molti francescani che nei secoli seguenti recarono agli schiavi cristiani in Barberia la libertà fisica e la salute spirituale.

<div style="mso-element: footnote-list;"><!-- <br clear="all" /><hr align="left" size="1" width="33%" />

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 26.65pt;"><a href="#_ftnref1 ftn1;_ftn1"><!-- [1]</a>L'Ordine trinitario fu fondato da S. Giovanni di Matlia e S. Felice di Valois che ne ottennero l'approvazione da Innocenzo III nel 1198. Cf. M. HEIMBUCHER5pt">"font-size: 5.0pt;">, <em>"font-size: 7pt;">Die Orden and Kongregationen der katholischen Kirclie</em><em> II</em>, Paderborn 1933, 448-455. Per l'attività del Riscatto cf. P. 55pt">"font-size: 5.5pt;">DESLANDRES,&nbsp;<em>L'Ordre des Trinitaires pour le rachat des captifs</em>, 2 voll., Parigi 1903. - L'Ordine dei Mercedari fu fondato nel 1218 da S. Pietro Nolasco, con la protezione di Giacomo I d'Aragona, ed approvato nel 1235 da Gregorio IX. Cf. M. "font-size: 9.33333px; text-indent: 25.3333px;">HEIMBUCHER55pt">"font-size: 5.5pt;"><em>op. cit.</em> I, 571-576. Uno sguardo all'opera redentrice dei Mercedari ed una aggiornata bibliografia sono contenuti nel prologo all'edizione della cronaca di Fr. MELCHOR GARC&Iacute;A NAVARRO55pt">"font-size: 5.5pt;">, O. de M.,55pt">"font-size: 5.5pt;"><em>Redenciones de cautivos en Africa (1723-25)</em>, Madrid 1946.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 25.9pt;"><a href="#_ftnref2 ftn2;_ftn2"><!-- <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">"font-size: 7.0pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; font-style: normal;">[2]</b></a>Sulla Pirateria nel Mediterraneo nella seconda metà del '500 cf. F. BRAUDEL,55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;"><em>Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo lI</em>&nbsp;tr. ital. 1953, II, 939-971.

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; tab-stops: 27.4pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref3 ftn3;_ftn3"><!-- [3]</a>&nbsp; Precedente all'opera romana di cui trattiamo era sorta a Napoli nel 1548, con la protezione di Carlo V, una « Casa Santa della Redenzione de' Cattivi », che ricevette privilegi ed indulgenze da vari Pontefici. Cf. <em>Regole ed Istituti dell'antichissima reai casa santa della Redenzione de' Cattivi di questa Città, e Regno di Napoli</em>, Napoli 1670. L'ultima missione inviata da questa Opera in Barberia nel 1647 fu affidata anche a due padri cappuccini, frate Antonio da Guigliano e frate Giulio da Tiano.

<p>4 La confraternita fu istituita tra il 1260 e il 1267, anno in cui ebbe un Breve di riconoscimento da Clemente IV. Durante il Medioevo fu promotrifce di sacre rappresentazioni al Colosseo. La Bolla di Gregorio XIll <em>Christianae nobiscum</em>, del 28 maggio 1581, &egrave; in Mazzo H fasc. 1. Cf. <em>Bull. Rom</em>. VIlI, Augustae Taurinorum 1863, 373-376. Sulla confraternita del Gonfalone cf. B. Piazza, <em>Eusevologio ovvero delle Opere Pie di Roma</em>, Roma 1698, 348-350; <em>Cenni storici della Ven. Arch. del Gonfalone</em>, Roma 1888, premessi all'ed. degli Statuti; L. RUGGERI, <em>L'Archiconfraternita del Gonfalone</em>, Roma 1866, che dedica all'attività del Riscatto una generica trattazione alle pp.348-378.

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.9pt;"><a href="#_ftnref4 ftn4;_ftn4"><!-- [4]</a>Nel Libro <em>T</em> (serie <em>Diversi</em>) dell'Arch. della Confraternita &egrave; contenuto un sunto storico sugli inizi dell'attività del Riscatto. La confraternità discusse circa l'accettazione dell'incarico datole dal Papa e lo accettò decidendo di tenere una amministrazione separata dell'Opera del Riscatto.

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2.0pt; text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.9pt;"><a href="#_ftnref5 ftn5;_ftn5"><!-- [5]</a>&nbsp; Le elemosine erano raccolte per mezzo di cassette poste all'entrala delle Chiese (cf. libro T). Nelle varie diocesi erano inviati dei Commissari del Riscatto per il ritiro delle somme raccolte. (Cf. Ma zzo H n.5, (1.14-25).

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2.0pt; text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.1pt;"><a href="#_ftnref6 ftn6;_ftn6"><!-- [6]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. Breve di Gregorio XIII del 20 febbraio 1585, pubblicato in un manifesto a stampa (Mazzo H n.16 f.66 e n.17 f.67); Breve di Sisto V del 23 marzo 1586 (Mazzo II n.18 ff.68-89 e n.19 ff.90-95).

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 1.0pt; text-indent: 20.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.65pt;"><a href="#_ftnref7 ftn7;_ftn7"><!-- [7]</a>&nbsp; Per le incursioni dei Barbareschi sulle coste dello Stato pontificio cf. A. Gu- cuelmotti, Storia della Marina dello Stato pontificio, Roma 1886-1887.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.9pt;"><a href="#_ftnref8 ftn8;_ftn8"><!-- [8]</a>&nbsp;&nbsp; La confraternità fu istituita tra il 1260 e il 1267, anno in cui ebbe un Breve di riconoscimento da Clemente IV. Durante il Medioevo fu promotriie di sacre rappresentazioni al Colosseo. La Bolla di Gregorio XIII Christianae nobiscum, del 28 maggio 1581, &egrave; in Mazzo li fase. 1. Cf. Bull.Rom. Vili, Augustae Taiuinorum 1863, 373-376. Sulla confraternita del Gonfalone cf. B. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Piazza, Eusevologio oxwero delle Opere Pie di Roma, Roma 1698, 348-350; Cenni storici della Ven. Arch. del Gonfalone, Roma 1888, premessi all'ed. degli Statuti; L. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Rugcf.ri, VArchiconfra- ternita del Gonfalone, Roma 1866, che dedica all'attività del Riscatto una generica trattazione alle pp.348-378.

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.65pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref9 ftn9;_ftn9"><!-- [9]</a>&nbsp; Nel Libro T (serie Diversi) dell'Arch. della Confraternita &egrave; contenuto un sunto storico sugli inizi dell'attività del Riscatto. La confraternità discusse circa l'accettazione dell'incarico datole dal Papa e lo accettò decidendo di tenere una amministrazione separata dcll'Opera del Riscatto.

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.9pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref10 ftn10;_ftn10"><!-- [10]</a> Le elemosine erano raccolte per mezzo di cassette poste all'entrata delle Chiese (cf. libro T). Nelle varie diocesi erano inviati dei Commissari del Riscatto per il ritiro delle somme raccolte. (Cf. Mazzo H n.5, fi.14-25).

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 28.1pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref11 ftn11;_ftn11"><!-- [11]</a> Cf. Breve di Gregorio XIII del 20 febbraio 1585, pubblicato in un manifesto a stampa (Mazzo H n.16 f.66 e n.17 f.67); Breve di Sisto V del 23 marzo 1586 (Mazzo li n.18 ff.68-89 e n.19 ff.90-95).

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 20.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.65pt;"><a href="#_ftnref12 ftn12;_ftn12"><!-- [12]</a> Per le incursioni dei Barbareschi sulle coste dello Stato pontifìcio cf. A. Gu55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">glielmotti, Storia della Marina dello Stato pontificio, Roma 1886-1887.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 26.4pt;"><a href="#_ftnref13 ftn13;_ftn13">55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;"><!-- 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt; font-variant: normal !important; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[13]</a>55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">&nbsp; Matthias a Salò, O.F.M.Cap.,Historia Capuccina II, Roma 1950,472. Che fra Pietro fosse dei conti Cigala si afferma in: Cristoforo 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Poggiali, Memorie storiche di Piacenza X, Piacenza 1761, 86. La sua appartenenza alla Provincia di Roma e non di Bologna &egrave; stata dimostrata da 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Felice da Marf.to, O.F.M.Cap., I missionari Cappuccini della Provincia Parmense. Note marginali, Modena 1942, 63-65.

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<p style="margin-right: 2.0pt; tab-stops: 29.75pt;"><a href="#_ftnref14 ftn14;_ftn14">27pt"><!-- 27pt">[14]</a>27pt">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cf. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">[Fredecando da Anversa,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap.], 27ptCorsivo">I Frati Minori Cappuccini lungo la Costo africana nel secolo XVI. Una relazione inedita del 1585,27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">in 27ptCorsivo">Anal. O.F.M27pt">. 27ptCorsivo">Cap.27pt"> 40(1924) 252-260. 20">"font-size: 5.5pt;">Adesso si ritrova pubblicata in 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Matthias a Salò, 27ptCorsivo">op. cit- 27pt">472-477. 20">"font-size: 5.5pt;">Della missione dei due cappuccini si trova menzione nelle varie storie dell'Ordine Cappuccino. 27pt">Cf. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Zacharias Boverius, 27ptCorsivo">Annalium27pt"> II, 20">"font-size: 5.5pt;">Lugduni 27pt">1639, 167- 168; 20">"font-size: 5.5pt;">Rocco 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">da CesINALE,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Storia delle Missioni dei Cappuccini27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">I, 27pt">Pa20">"font-size: 5.5pt;">rigi 27pt">1867, 414-421; 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Clemente da Terzorio,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., Le 27ptCorsivo">Missioni dei Minori Cappuccini. Sunto storico27pt"> X, 20">"font-size: 5.5pt;">Roma 27pt">1938, 566-568; 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Mf.lchior a 27pt">Por», 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">ad ir a,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Historia generalis Ordinis Fratrum Minorimi Capuccinorum27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">I, Roma 27pt">1947, 333. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Ubald d'Alenqon,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Franciscains et Pestif&eacute;r&eacute;s27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">eri 27ptCorsivo">Tunisie,27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">estr. da 27ptCorsivo">Iie- vue de VAnjou,27pt"> 1902, 3-5 20">"font-size: 5.5pt;">parla di questa missione come svoltasi a Tunisi.

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ftn15

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 29.3pt;"><a href="#_ftnref15 ftn15;_ftn15"><!-- [15]</a>&nbsp;&nbsp; L'Archivio della confraternita fu trasportato all'Archivio Segreto Vaticano per ordine di Pio XI dalla Procura delle Missioni dei Figli del Cuore Immacolato di Maria. Di esso esiste un indice ms., parziale ed incompleto, che non menziona i documenti di cui trattiamo. Cf. Rubricella degli Atti e Documenti della Ven. Archiconfraternità del SS.mo Confalone in Roma, compilata da Giovanni de Re- gis nel 1877. - I documenti che citiamo e quelli per i quali si rinvia al testo pubblicato in appendice si intendono sempre appartenenti al predetto Archivio del Confalone, alle cui segnature ci riferiamo.

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ftn16

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.55pt;"><a href="#_ftnref16 ftn16;_ftn16"><!-- [16]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.2.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.5pt;"><a href="#_ftnref17 ftn17;_ftn17"><!-- [17]</a>&nbsp;&nbsp; Henri d'Angoul&egrave;me, figlio illegittimo di Enrico II, Gran Priore di Francia, Capitano Generale delle Galere, Governatore e Ammiraglio dei Mari di Levante, fu governatore della Provenza dal 1579 al 1586, anno in cui morì. Cf. R. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Busquet, Ilistoire de Marseille, Paris 1945, 217. Nei nostri documenti &egrave; sempre e soltanto citato come Gran Priore.

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<a href="#_ftnref18 ftn18;_ftn18"><!-- [18]</a>&nbsp;&nbsp; Nel testo dell'istruzione (cf. infra doc. n.2) risulta Fabritio Felix e non Ludovico, ma con questo secondo nome il mercante &egrave; indicato fin dalla lettera del 20 gennaio 1585 da Marsiglia (cf. doc. n.6), e così anche nella lettera a lui personalmente diretta da fra Pietro il 22 maggio 1585 (cf. doc. n.14).

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.0pt;"><a href="#_ftnref19 ftn19;_ftn19">55pt">"font-size: 5.5pt;"><!-- 55pt">"font-size: 5.5pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[19]</a>55pt">"font-size: 5.5pt;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cf. il testo del breve, in Rocco 55pt">"font-size: 5.5pt;">da Cesinale, Storia delle Missioni Cappuccine 65pt">I, Parigi 1867, 504-505 ed in Bull.Cap. 65pt">II, 258: VII, 26S.

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ftn20

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.05pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref20 ftn20;_ftn20"><!-- [20]</a>&nbsp;&nbsp; Crediamo identificare la detta « patente vulgare » in Mazzo H fase. n.15. (Cf. doc. n.l).

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.75pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref21 ftn21;_ftn21"><!-- [21]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. libro U (serie Diversi). La lista, consegnala ai Redentori il 30 novembre 1584, enumera 175 schiavi dello Stato pontificio e di altre regioni, alcuni dei quali avevano promesso un contributo al prezzo del proprio riscatto. Su alcuni di questi nominativi cf. S. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Bono, La Pirateria nel Mediterraneo. Romagnoli schiavi dei Barbareschi, estr. da La Pie, 1953 n.9-10, pp.4-5.

</div>

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<a href="#_ftnref22 ftn22;_ftn22">30"><!-- 30">"font-size: 6.5pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[22]</a>30">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dai nostri documenti risulta che era schiavo ad Algeri in quel tempo un certo frate Francesco sardo della provincia di Palermo. Il frate, non nominato in Antonino 355pt">"font-size: 5.5pt;">da 30">Castf.iaammarf. O.F.M.Cap., 37ptCorsivo">Storia dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Palermo37pt"> 30">II, Palermo 1922, morì per la peste, come scrisse fra Pietro il 22 maggio (cf. 37ptCorsivo">infra37pt"> 30">doc. n.15). Un certo fra Lione trapanese cappuccino &egrave; nominato quale testimone aH'inventario eseguito dopo la morte di fra Filippo (cf. doc. n.19); nella lettera di Jacques Bionneau 37pt">&egrave; 30">detto schiavo di Assan 37pt">Bassa 30">(cf. doc. n.20). Pur avendo la facoltà suddetta i due confratelli cappuccini non furono riscattati, probabilmente perch&eacute; non vollero privare altri di questo beneficio. Su altri frati schiavi cf. Melchior 355pt">"font-size: 5.5pt;">a 30">Pobladura, 37ptCorsivo">Hist. generalis37pt"> 30">I, 332-333.

</div>

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<a href="#_ftnref23 ftn23;_ftn23"><!-- [23]</a>&nbsp;&nbsp; Nell'Istruzione si consigliava di inviare le lettere dirette ai Guardiani del- l'Arciconfraternita in plico indirizzato al Card. Alessandro Farnese, protettore della confraternita, o ad altri Cardinali ivi indicati per far sì che giungessero più rapide e sicure. Le lettere da Roma ad Algeri e viceversa impiegarono circa un mese, un mese e mezzo.

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<a href="#_ftnref24 ftn24;_ftn24"><!-- [24]</a>&nbsp;&nbsp; Questo sigillo fu poi ritrovato tra gli oggetti lasciati da fra Filippo alla morte come risulta dall'inventario che se ne fece (cf. infra doc. n.19).

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;"><a href="#_ftnref25 ftn25;_ftn25"><!-- [25]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.3.

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;"><a href="#_ftnref26 ftn26;_ftn26"><!-- [26]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. doc. n.4.

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;"><a href="#_ftnref27 ftn27;_ftn27"><!-- [27]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. doc. n.5.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 29.3pt;"><a href="#_ftnref28 ftn28;_ftn28"><!-- [28]</a>&nbsp;&nbsp; La famiglia Lencio o Lenche, originaria della Corsica, si era stabilita a Marsiglia raggiungendovi una ragguardevole posizione. Antonio Lencio fu secondo console di Marsiglia nel 1587 ; il fratello Tommaso lo era stato nel 1565. Essi erano a capo della Compagnia per la pesca del corallo e della Compagnia del Bastione, concessione francese in Barberia. Cf. P. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Masson, Histoire des &eacute;tablissements et du commerce frangais dans l'Afrique Barbaresque (1560-1793), Parigi 1903, 55pt">"font-size: 5.5pt;">8-14; P. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Giraud, Les Lenche à Marseille et en Barbarie, in M&eacute;m. de l'inst. hist. de Provence 13(1936) 10-57; 14(1937) 107-139; 15(1938) 53-86.

</div>

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;"><a href="#_ftnref29 ftn29;_ftn29"><!-- [29]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.7.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 30.0pt;"><a href="#_ftnref30 ftn30;_ftn30"><!-- [30]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.8. Era allora Pascià Hassan veneziano, che aveva già governato ad Algeri nel triennio 1577-1580. Cf. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Dieco de Haedo, Histoire des Rois d'Alger, in Rev. africaine, 25(1881) 26-32.

</div>

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<p style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;"><a href="#_ftnref31 ftn31;_ftn31"><!-- [31]</a>&nbsp;&nbsp; Sull'Opera della Redenzione di Napoli cf. supra nota 3.

</div>

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<a href="#_ftnref32 ftn32;_ftn32"><!-- [32]</a>&nbsp;&nbsp; « Bagni » erano detti i locali dove gli schiavi appartenenti al Pascià trascorrevano le notti e le ore e giornate di riposo. Ad Algeri erano dei locali divisi in sale longitudinali, con vari ordini di cuccette sospese, a cui si accedeva con delle scale di corda. In questa città barbaresca vi furono anche dei Bagni appartenenti a quei privati, i grandi capi corsari, che arrivavano a possedere personalmente qualche migliaio di schiavi. I Bagni avevano dei nomi turchi ma più comunemente erano chiamati dal nome del Santo titolare della Cappella annessa al Bagno stesso. Cf. H. D. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">de Grammont, &Eacute;tudes alg&eacute;riennes, 21-23.

</div>

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.75pt;"><a href="#_ftnref33 ftn33;_ftn33"><!-- [33]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra docc. n.14 e n.15. Sulle pestilenze ad Algeri cf. Jean 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Marchika, La Peste en Afrique septentrionale. Histoire de la peste ere Algerie de 1363 à 1830, Alger 1927, che non mi &egrave; stato possibile consultare.

</div>

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<a href="#_ftnref34 ftn34;_ftn34"><!-- [34]</a>&nbsp;&nbsp; Nella lettera del 26 febbraio (cf. doc. n.8) si riferiva di don Lorenzo Procuratore della Redenzione dti Padri Trinitari, suggerendo di unire formalmente le due Redenzioni per risparmiare nei regali al Sovrano ed in altri aggravii. Nella lettera a cui ci riferiamo, del 22 maggio, fra Pietro diceva: don Lorenzo da Siena « &egrave; stato amazzato come per una mia scrittali per via di Valenza havranno inteso ». Questa altra lettera inviata da fra Pietro non si ritrova tra le carte d'Arc-hivio e forse non fu mai ricevuta. In Mazzo II. fase.13 ff.56-58 si conserva un Inventario delle robbe restale in Tunesi e Biserta che portò D. Lorenzo da Siena. Dalla lettera di fra Filippo dell'8 giugno ne apprendiamo il cognome: Visconte (cf. doc. n.16).

</div>

ftn35

<a href="#_ftnref35 ftn35;_ftn35"><!-- [35]</a>&nbsp;&nbsp; In alcuni Bagni di Algeri vi erano delle taverne, gestite da schiavi che corrispondevano per questa concessione una tassa al governo. Cf. II. 55pt">"font-size: 5.5pt;">D. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">de Gram- 55ptGrassetto">"font-size: 5.5pt;">montGrassetto">, op. cit. 65pt">23-24.

</div>

ftn36

<a href="#_ftnref36 ftn36;_ftn36"><!-- [36]</a>&nbsp;&nbsp; Le due lettere sono collocate al Mazzo G, n.4, ff. 1.15-118.

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ftn37

<a href="#_ftnref37 ftn37;_ftn37"><!-- [37]</a> Cf. doc. n.20.

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ftn38

<a href="#_ftnref38 ftn38;_ftn38"><!-- [38]</a>&nbsp;&nbsp; Parole di elogio espresse da Sisto V nel Breve del 55pt">"font-size: 5.5pt;">23 marzo 55pt">"font-size: 5.5pt;">1586 (Cf. supra nota 55pt">"font-size: 5.5pt;">7). Altra menzione dei due padri cappuccini 55pt">"font-size: 5.5pt;">&egrave; in Fr. Geronimo 55pt">"font-size: 5.5pt;">Graci.ìn de 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">la 55pt">"font-size: 5.5pt;">Madre de Dios, Traetetelo de la Redempcion de Captivos..., Roma 55pt">"font-size: 5.5pt;">1597, 57: « ...en Argel estuvieron muclio tiempo dos padres capuchinos, que embio Sixto Quinto, y hizieron increyble fructo... ». Altra ancora in Fr. 55pt">"font-size: 5.5pt;">Alfonso de' Domenici, Trattato delle Miserie che patiscono i fedeli christiani schiavi de' Barbari..., Roma 55pt">"font-size: 5.5pt;">1647, 39: « ...come al tempo della felice memoria di Sisto V in Algeri vi dimorarono due Padri Capuccini, che furono di non poco sollievo à quelle anime, e con la predicazione, e amministrazione de' Sacramenti e col trattar ancora la Redentione di molti... ».

</div>

ftn39

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 31.95pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;"><a href="#_ftnref39 ftn39;_ftn39"><!-- [39]</a>&nbsp;&nbsp; Di questa missione fu a capo un altro cappuccino nativo di Piacenza, fra Dionisio, e ne furono membri frate Arcangelo da Rimini, fra Angelo da Forlì e fra Salarione bolognese. Scarsissime le notizie che se ne hanno finora nelle Storie dell'Ordine. Cf. Rocco 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">da Cesinale, Storia delle Missioni cappuccine I, 421-422. 427-428. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Melchior a Pobladura, Hist. grneralis Ordinis I, 333. Anche di questa missione si conserva nell'Archivio del Gonfalone una ricca documentazione, tra ¦cui numerose lettere inviate dai quattro Redentori durante la residenza ad Algeri.

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</div>rio XIII concesse speciali indulgenze, confermate ed accresciute poi da Sisto V11 11;_ref11"><!-- [11]

Lo Stato pontificio, come gli altri Stati italiani, era minacciato dai corsari delle Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli che si spingevano, con le loro leggere ed agili imbarcazioni, fin nei pressi delle coste tirreniche ed adriatiche sbarcandovi talora improvvisamente e traendone schiavi gli abitanti oltre a far bottino di quanto trovavano12 12;_ref12"><!-- [12] Il più potente degli Stati barbareschi era Algeri e quivi erano molto più numerosi che altrove gli schiavi cristiani. Fu pertanto in questa città che la confraternita romana decise nel 1584 di inviare la sua prima missione di Redentori.

Quali membri della missione furono prescelti oltre al sacerdote Giovanni Sanna, decano di Ales, ed al cittadino romano Ludovico Giumi, che era stato schiavo in Algeri, i due padri cappuccini fra Pietro da Piacenza e fra Filippo da Roccaconlrada.

Le notizie biografiche sui due padri sono scarse: di fra Filippo si sa soltanto che era stato «dottore al secolo». Di fra Pietro ecco quanto riferisce VHistoria Capuccina di fra Mattia da Salò: «Era F. Pietro nato di padre assai nobile detto Mr. Ottaviano Baffoli, d'un castello detto Pellegrino nel Piacentino; studiò leggi in Pavia et ivi fu dottorato. Posto poi in habito clericale andò a Roma, ove menò

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<div class="WordSection3">

<p style="line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">vita spirituale sotto la disciplina de Padri detti dell'Oratorio; ma desideroso di andare a maggior perfettione, fecesi Capuccino...»13 13;_ref13"><!-- [13]

<p style="text-indent: 18.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Fonte delle notizie che di questa missione ad Algeri si avevano finora era una relazione di non precisato autore, riprodotta dal P. Mattia da Salò nella sua opera storica e pubblicata separatamente nel 192414 14;_ref14"><!-- [14]

<p style="text-indent: 18.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">L'ignoto autore, sulla cui identificazione crediamo di poter proporre, come diremo a suo luogo, una valida ipotesi, riferiva con parole di fervida ammirazione l'opera svolta dai due religiosi fino alla morte, seguita per il contagio della peste, contratto nel curare gli schiavi ammalati. Sulle ultime ore di fra Pietro ed il suo eroico atteggiamento dinanzi alla morte egli riferiva con larghezza di particolari come di persona che sia stata personalmente presente.

<p style="text-indent: 18.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Le ricerche compiute nell'Archivio dell'Arciconfraternita del Gonfalone, ci hanno fatto ritrovare una ricca documentazione relativa a questa missione in Algeri. Dai documenti rinvenuti che adesso pubblichiamo si ricava una più ampia conoscenza dell'attività svolta dai padri cappuccini e di tutta l'organizzazione e lo svolgimento di questa missione15 15;_ref15"><!-- [15]

<p style="text-indent: 18.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Le direttive generali e le minute prescrizioni per l'attuazione della missione sono contenute nella lunga Instruttione diretta ai quattro Redentori16 16;_ref16"><!-- [16] Fin dalle prime righe, ed in seguito in più punti<sub>r</sub> appare chiara la superiorità riconosciuta a fra Pietro, alle cui decisioni dovevano rimettersi in ogni contestazione e dubbio gli altri membri. Il laico messer Lodovico Giumi era consegnatario del danaro calcolato bastante per il viaggio sino a Marsiglia, porto d'imbarco per Algeri. Nella città francese avrebbero trovato altra somma accreditata presso un Banco. Il decano di Ales compiva tutta la missione a sue spese, pure era egualmente pregato di controllare i conti che dovevano essere tenuti continuamente in regola.

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 1.0pt; text-align: justify; text-indent: 18.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: 10.1pt;"><!-- [if !supportLists]-->"font-size: 9.0pt; font-family: 'Century Schoolbook','serif'; mso-fareast-font-family: 'Century Schoolbook'; mso-bidi-font-family: 'Century Schoolbook';">"mso-list: Ignore;">I"font: 7.0pt 'Times New Roman';">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; padri cappuccini si erano già messi in viaggio quando il testo dell'istruzione fu consegnato agli altri due membri. I due religiosi dovevano attendere i compagni a Livorno o a Lerici, per imbarcarsi poi insieme alla volta di Genova e successivamente di Marsiglia. A Genova si sarebbero informati delle possibilità di trasferire ad Algeri il denaro necessario per il riscatto, per confrontare poi queste condizioni con quelle offerte dai mercanti di Marsiglia. Una prova dei disagi che si supponeva comportasse il viaggio &egrave; data dalla previsione, fatta nell'istruzione, dell'eventuale malattia e perfino della morte di qualcuno dei membri, in relazione alla quale si davano le disposizioni cui attenersi. Ai Redentori erano affidate delle lettere di presentazione dirette al Governatore della Provenza17 17;_ref17"><!-- [17]</a> e ad altri influenti personaggi da cui si sperava avrebbero ricevuto protezione ed aiuto.

A Marsiglia, presso il mercante Ludovico Felix18 18;_ref18"><!-- [18]</a>'1, avrebbero trovato il salvacondotto per entrare nella città barbaresca. Se non fosse stato pronto avrebbero cercato di ottenerlo quanto prima, giovandosi dell'aiuto del Gran Priore e del mercante Felix. Per quanto riguardava il trasferimento del denaro ad Algeri si consigliava di portarlo in sacchetti assicurati, lasciando però ad essi di decidere se fosse questo il mezzo migliore ovvero il trasferimento per lettera di credito sulla piazza di arrivo.

<span class="Corpodeltesto3105pt">"font-size: 10.5pt;">Il Breve Cum Algerium di Gregorio <span class="Corpodeltesto3105pt">"font-size: 10.5pt;">XIII (5 die. 1584) diretto a fra Pietro19 19;_ref19"><!-- [19]</a>, con cui era concessa al frate cappuccino la facoltà di assolvere gli schiavi «a quibusvis peccatis» anche riservati alla Sede Apostolica, si consigliava di lasciarlo nel convento dei Cappuccini di Marsiglia, insieme con la Patente data loro dall'Arciconfraternita e sottoscritta dai Cardinali e Guardiani mentre avrebbero recato seco quella «vulgare», sottoscritta soltanto dai quattro Guardiani allora in carica, lutti patrizi romani : Gerolamo d'Avila, Paolo Mattei, Carlo de' Massimi ed Ulisse Lancerini20 20;_ref20"><!-- [20] Riguardo ai primi atti da compiersi ad Algeri erano dati loro molti consigli di prudenza e di accortezza, ispirati dalla diffidenza che suscitavano i mussulmani.

Quanto agli schiavi da riscattare dovevano essere prescelti anzi- tutti quelli indicati nella lista ad essi consegnata21 21;_ref21"><!-- [21]</a>, di alcuni dei quali il prezzo di riscatto era stato pagato da parenti od amici. Degli altri essi dovevano assumere più precise informazioni, riscattando per quella prima volta i meno costosi, per poterne liberare un mag-

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<p class="MsoNormal" style="line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">gior numero, «et l'altri - prosegue l'istruzione &mdash; consolerete con darli speranza per la seconda volta et che fratanto habbino patientia». Anche su questo punto, la designazione degli schiavi da riscattare tra quelli in lista, si ordinava espressamente al Decano di Ales ed a messer Lodovico di «condescendere et obedire all'opinione di fra Pietro il quale debbia fare detto compartimento de schiavi standocene noi su la sua conscientia», e similmente si ripeteva più avanti. Oltre all'avvertenza di non dare se stessi in pegno per effettuare un riscatto cui non bastasse il denaro contante, senza prima aver interpellato l'Arciconfraternita, si davano altre minori disposizioni circa il riscatto, circa l'alloggio da scegliersi in Algeri ed altre particolarità.

<p style="text-indent: 19.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Caratteristica &egrave; la raccomandazione di far fare agli schiavi riscattati «voto o giuramento de mano loro de venire a Roma insieme con voi ms. Lodovico a visitare la Chiesia di S. Pietro et di presentale alli piedi de S.B.ne et alla Archiconfraternita del Confalone per rendere gratie del loro rescatto».

<p style="text-indent: 19.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Era infatti consuetudine che gli schiavi tornati in patria si recassero in processione di ringraziamento accompagnati dai religiosi

<p style="line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 11.1pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">o&nbsp;&nbsp; dai membri delle confraternite che ne avevano procurato il riscatto. Si concedeva inoltre facoltà di riscattare i frati cappuccini che eventualmente fossero schiavi in Algeri anche ad un prezzo maggiore di quello stabilito come regola per gli altri schiavi perch&eacute; così, si diceva, era volere del Papa «et debito della Archiconfraternita per l'obbligo che tiene à detta religione dei capuccini»22 22;_ref22"><!-- [22] Si davano poi le disposizioni per il viaggio di ritorno di messer Lodovico con il primo gruppo di schiavi redenti e quelle riguardanti l'invio della corrispondenza a Roma e l'amministrazione del denaro in Algeri23 23;_ref23"><!-- [23] La superiorità riconosciuta a fra Pietro si rileva ancora dalla disposizione che nelle lettere inviate a Roma vi fosse sempre la sua firma, oltre quella di un altro membro almeno, e a lui era inoltre affidato il sigillo deH'Arciconfraternila24 24;_ref24"><!-- [24]

<p style="text-indent: 19.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Queste che abbiamo illustrato sono le principali disposizioni cd avvertenze date ai quattro Redentori per l'esecuzione della loro missione. L'Istruzione fu firmata dal Decano e da messer Lodovico, mentre a fra Pietro che era già partito col suo compagno, si richiedeva, secondo l'ultimo paragrafo dell'istruzione stessa una dichiarazione

<p><br style="page-break-before: always; mso-break-type: section-break;" clear="all" />

<div class="WordSection5">

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 10.55pt; mso-line-height-rule: exactly; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">per lettera la quale servisse come accettazione di quanto l'istruzione stabiliva. All'Istruzione segue il testo dei Capitoli stipulati tra il decano di Ales e Lodovico Giumi da ima parte e l'Arciconfraternita dall'altra, per cui i due si impegnavano a compiere il viaggio «senza premio alcuno gratis e per l'amor di Dio et per la compassione dei poveri schiavi cristiani tra i quali ms. Lodovico come dice, &egrave; stato- longo tempo».

<p style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 1.0pt;">Come prescritto nella Istruzione i due frati si erano recati a Lerici e qui attesero gli altri due compagni di viaggio. Tutti insieme esaminarono qual fosse il mezzo migliore di cui servirsi per passare a Genova e, come narra fra Pietro nella lettera scritta da quella città il 13 dicembre25 25;_ref25"><!-- [25]</a>, trovarono ima fortunata occasione: il gentiluomo genovese Cesare Pallavicino offrì loro un passaggio per Genova sul suo vascello e, conosciuta la meritoria opera cui si dedicavano, concesse gratis il medesimo vascello, con equipaggio pratico, per condurli sino a Marsiglia. A Genova, ove giunsero il 12 dicembre, trat- tenendovisi quattro giorni, cominciarono ad avere qualche notizia più diretta sul prezzo degli schiavi in Algeri e ne riferirono a Roma per avere dilucidazioni su come regolarsi. Fra Pietro precisò, in risposta alla richiesta avuta, di non poter egli, per la Regola del suo Ordine, sottoscrivere l'istruzione a guisa di contratto, ma replicò che avrebbe pienamente obbedito alle volontà dei Guardiani. Il viaggio per Genova non era stato del tutto agevole ma essi si dichiararono tutti «con bona dispositione del corpo» bench&eacute; da Pisa li avessero colti le piogge, e raccomandarono di pregare per loro e fra Pietro aggiunse: «Parlando di me cognosco che questo viaggio non era per la mia debolezza, se le orationi non l'avessero aiutata».

<p style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 1.0pt;">Nella lettera successiva del 17 dicembre26 26;_ref26"><!-- [26]</a> riferivano le notizie avute da un mercante genovese, che aveva risieduto ad Algeri per dieci anni, circa le pratiche per effettuare i riscatti. Vennero così a sapere che i Redentori erano anzitutto obbligati dal Pascià a riscattare alcuni schiavi di proprietà sua a alcimi di tre suoi ufficiali, da essi imposti al prezzo degli schiavi atti al remo, cio&egrave; più cari. Il Pascià e gli altri alti ufficiali si disfacevano in tal modo proficuamente di quegli schiavi che, essendo vecchi o malati o per altro motivo, non sarebbero stati facilmente richiesti in riscatto, davano notizia di aver ricevuto il Breve di Gregorio XIII a fra Pietro, il quale aveva subito esteso le facoltà concessegli al padre Decano ed al confratello, e comunicavano infine la partenza per Marsiglia il giorno stesso.

<p style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 1.0pt;">Da Marsiglia scrivevano il 10 gennaio 1585 ragguagliando del viaggio fatto sul vascello del signor Pallavicino27 27;_ref27"><!-- [27] Il salvacondotta da Algeri non era giunto ed avrebbero dovuto attenderlo ancora alcuni mesi. Decisero allora, per consiglio del signor Felix, di ottenerne uno dal Governatore della Provenza, presentandogli le lettere avute per lui dal Cardinale Alessandro Farnese. Comunicarono ancora di aver ottenuto una lettera di credilo sulla piazza di Algeri per l'importo di tremila scudi, non recando così il denaro contante con s&eacute; e pregarono i Guardiani di ottenere una lettera di raccomandazione del Re di Francia, nulla essendo più giovevole presso il Pascià. Non

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<div class="WordSection6">

<p style="margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">attendevano che il vento favorevole per partire e nel concludere la loro lettera, considerando le difficoltà che si profilavano nell'impresa iniziata, invocavano l'aiuto divino e le preghiere per ottenerlo.

Dopo dieci giorni ancora attendevano il vento favorevole alla navigazione e nella lettera del 20 gennaio21, replicate le notizie precedenti, aggiimgono d'essere entrati in relazione con il mercante Antonio Lencio «quale &egrave; di molla autorità in Barberia et stretto amico del Re di Algieri et &egrave; molto affezionato alla religione de padri Cappuccini»28 28;_ref28"><!-- [28] A lui si rivolsero i nostri Redentori e ne ottennero lettere di raccomandazione diretta al Sovrano d'Algeri e consigli preziosi sul come comportarsi nella città barbaresca. Quanto alla partenza riferivano che tutto era pronto e solo si attendeva un mutar del vento, regnando allora «levanti quali sono contrari alla na- vigatione». La breve lettera da Marsiglia del 1&deg; febbraio &egrave; scritta dal solo fra Pietro: non v'erano novità; attendevano ancora il vento propizio per partire alla volta di Algeri29 29;_ref29"><!-- [29]

Nella città barbaresca sbarcarono, dopo mi felice viaggio, il 20 febbraio. La prima lettera da Algeri, in cui riferivano delle condizioni degli schiavi e dell'udienza avuta dal Pascià, &egrave; del 26 febbraio30 30;_ref30"><!-- [30] Presentando il salvacondotto e le lettere del Gran Priore di Francia furono ricevuti dal Pascià in udienza pubblica, alla presenza cio&egrave; dei consiglieri ed alti ufficiali. Il Pascià si risentì che non gli fossero stati recati doni, come era consuetudine. L'opportunità o meno di recare questi doni era stala accennata nella Istruzione data loro a Roma, ritenendosi preferibile non recar nulla per non dare l'impressione di ricchezza e stimolare in tal modo ancor di più l'avidità dei Barbareschi. La decisione su questo punto era stata rimessa al giudizio di fra Pietro che preferì attenersi al parere del- l'Arciconfraternita.

Nella loro lettera i Redentori tratteggiano così il carattere del sovrano mussulmano: «Questo Re &egrave; tanto avaro, et tiranno, che si crede costui esser il più crudele che sia stato in questa città a recordi d'huomini. Astuliss.o et cerca cavar danari da tutti non portando rispetto a veruna persona». Le trattative per ottenere dal Pascià la facoltà di esercitare l'attività redentrice si svolsero per mezzo di un interprete.

<p style="text-indent: 18.0pt; tab-stops: 31.5pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">Il&nbsp;&nbsp; Pascià offerse loro genericamente le stesse condizioni concesse alle altre Redenzioni «et non di più ne di meno». I Redentori abilmente allora dichiararono di accettare le condizioni fatte alla Redenzione di Napoli31 31;_ref31"><!-- [31]</a> che in confronto a quelle offerte alle Redenzioni

<p><br style="page-break-before: always; mso-break-type: section-break;" clear="all" />

<div class="WordSection7">

La peste, del cui principio fra Pietro aveva dato notizia nella lettera del 27 aprile si era andata diffondendo facilmente tra gli schiavi che vivevano nei «Bagni» per le condizioni stesse di vita in quei locali32 32;_ref32"><!-- [32] Il 22 maggio fra Pietro scriveva al Felix di Marsiglia e ai Guardiani del Gonfalone riferendo che la pestilenza si era da qualche giorno aggravata e si dubitava che durasse, facendo interrompere il traffico con il porto barbaresco33 33;_ref33"><!-- [33] La saettina57 del mercante Borgal partiva quel giorno per Marsiglia e sarebbe tornata in Barberia in luglio facendo scalo però in un porto vicino ad Algeri e con il ritorno di essa fra Pietro sperava ricevere il denaro da Roma, essendo già indebitato per i riscatti effettuati a credito. Egli, ormai solo con il confratello, si adoprava per assistere spiritualmente e materialmente- gli schiavi, soprattutto gli infermi, raccogliendo elemosine nella città. Due schiavi già riscattati, messer Tittiniano da Fermo ed una donna,, erano morti di peste come pure un padre cappuccino schiavo, fra Francesco sardo della provincia di Palermo. Fra Pietro suggeriva poi ai Guardiani dell'Arciconfraternita di ottenere dal Papa il beneficio dei 17.000 scudi, in contanti ed in mercanzia, lasciati dal redentore don Lorenzo da Siena a Biserta e Tunisi, indicando anche la via migliore per trasferirli da Tunisi ad Algeri34 34;_ref34"><!-- [34] Fra Pietro aveva anzi inviato a Roma imo schiavo da lui riscattato, messer Francesco, il quale era pratico di Tunisi ed a piena conoscenza della situazione dei beni lasciati da don Lorenzo alla sua morte ed avrebbe quindi potuto utilmente accompagnare a Tunisi un eventuale inviato da Roma.

<p style="margin-left: 1.0pt; text-indent: 18.0pt;">Lo spirito di sacrificio del frate cappuccino si mostra mirabil-

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<p style="margin: 0cm 1.0pt .0001pt 2.0pt;">mente nel rifiuto opposto alla proposta di chiedere dal Papa una dispensa alla Regola alla quale egli ed il frate suo compagno erano vincolati, adducendo tra i motivi il non voler offrire occasione di scandalo ai mussulmani; soltanto chiedeva di ottenere l'autorizzazione, attraverso un Motu proprio del Papa, a sottoscrivere contratti, obbligazioni e simili atti, il che era a rigore contro la Regola francescana. Per il resto egli volle restare fedele a tutte le prescrizioni della Regola e con ogni sacrificio della sua persona si prodigò quanto più poteva nell'assistenza materiale e spirituale degli schiavi ed anche dei rinnegati che in gran numero volevano tornare alla fede cristiana conquistati dalla parola persuasiva e dall'esempio edificante del missionario cappuccino. «Molti renegati &mdash; scriveva &mdash; vogliono tornare alla fede et molti che si volevano far turchi non si fanno; et i renegati ci fanno delle elemosine dimodoch&eacute; l'attendere alla conversione delle anime &egrave; un grand.ma impresa». Riferiva ancora di aver subito degli atti ostili da parte dei mussulmani i quali attribuivano ai riti sacri da lui compiuti la causa della peste ed erano inoltre adirati per l'uso del vino che i cristiani facevano, e che invece &egrave; severamente proibi Lo dal Corano, e per la tolleranza con cui erano tenute delle meretrici35 35;_ref35"><!-- [35]

Gli algerini si limitarono in fine a proibire la vendita del vino ed a gettare in mare due meretrici, rispettando le immagini sacre e permettendo la celebrazione delle messe. Fra Pietro temeva però che non avendo i loro provvedimenti fatto cessare la peste avrebbero proibito i santi sacrifici «il che se faranno &mdash; egli scriveva &mdash; spero che i boni christiani non li ubidiranno ma più tosto vorranno morire per volere ubidire a Dio che vivere per voler temere il mondo». Nel concludere la sua missiva fra Pietro sollecitavi i Guardiani dell'Arcicon- fraternita di indire pubbliche preghiere per loro «poveri christiani d'Algeri acciò il S.re ci dia fortezza di resistere con pazienza et liumiltà al furore di questi barbari quali non cercano cosa maggiorai.te che spengere il collo chrisliano». Nelle ultime parole il frate, pregando di scusarlo presso i suoi Superiori, a cui non scriveva per il gran da fare, alludeva ad una sua lettera ad essi diretta in cui era richiesta la soluzione 31 alcuni «casi».

Mentre i due missionari cappuccini continuavano la loro opera nella città barbaresca, il primo gruppo di schiavi riscattati tornava in patria, accompagnato dal sacerdote Giovanni Sanna e da Lodovico Giumi. Essi annunciavano il loro sbarco a Civitavecchia il 24 maggio, dopo tre settimane di navigazione, e chiedevano all'Arciconfraternità qual via tenere per il ritorno a Roma. Dalla lettera successiva del 27 maggio, apprendiamo che scelsero il viaggio per terra e preannunciarono il loro arrivo per uno dei giorni seguenti36 36;_ref36"><!-- [36]

Gli schiavi riscattati dall'Arciconfraternita del Gonfalone, si recarono. accompagnati dai Guardiani e con gran concorso di popolo, a render grazie a Dio nella basilica di S. Maria Maggiore e quindi a ricevere la benedizione del Sommo Pontefice. L'elenco degli schiavi redenti fu pubblicato in un manifesto a stampa che veniva affisso

<p><br style="page-break-before: always; mso-break-type: section-break;" clear="all" />

<div class="WordSection9">

alle porte delle chiese per dar notizia dell'awenuto riscatto ed incitare a soccorrere i molti altri fratelli che giacevano in schiavitù*11.

I nominativi sono raccolti sotto le iniziali dei nomi propri, disposte in ordine alfabetico, e sono seguiti dalla semplice indicazione del luogo d'origine. I più erano romani, napoletani, calabresi, genovesi e tra tutti vi era mi religioso, il fiorentino frate Matteo dell'ordine dei Servi, e quattro donne'12.

Fra Pietro che umilmente si era dichiarato indegno ed insufficiente all'opera affidatagli, si prodigò instancabilmente ad essa, senza riguardi per la sua persona. Chiamato la sera del venerdì 31 maggio - come riferisce l'anonima lettera copiata dal p. Mattia da Salò &mdash; da Don Diego di Ravaneda, appestato, ebbe contagiato da lui il morbo esiziale. Pur tra gli atroci dolori il frate cappuccino, con grande forza d'animo, si mantenne sereno e confidente nel volere divino fino alla morte avvenuta a mezzogiorno del 6 di giugno.

Nell'Archivio dell'Arciconfraternita del Gonfalone dopo le lettere di fra Pietro e quelle dei Redentori giunti a Civitavecchia, ve ne sono due di fra Filippo, restato solo e smarrito a continuare tra gli schiavi l'encomiabile opera di assistenza e di conforto religioso.

Due giorni dopo la morte di fra Pietro il compagno scriveva ai Guardiani dell'Arciconfraternita dando loro la tristissima notizia: «... come el buon padre fra Pietro, venerdì di sera caschò infermo di peste che fu l'ultimo di maggio, giovedì poi ben a buon ora sei del presente mese di maggio [sic] rese il spirito a Deo»'13. Non aggiunge particolari a noi sconosciuti ina conferma il racconto tradizionale, riferendoci inoltre lo svolgimento del funerale. «Fu accompagnato il corpo con la croce avantc da me et dal'altro capuccino schiavo con il sig.re Console di Francia col sig.re Borgal nostro mercante, con alcuni gentil'huomini et franchi et schiavi, con tre religiosi che sono restati, et molti schiavi quali tutti hanno pianto la morte del padre amaramente, tutti dico portavano candele accese, et molte torcie presentate al glorioso S. Rocco, fattolo poi mettere in ima casa honorata con boniss.a sepoltura, cosa che mai più in questa terra e'&egrave; fatta». Fra Filippo non si stanca di lodare le virtù e l'opera svolta dal compagno che lo ha lasciato ed esprime con sincera vivezza di espressioni il suo stato d'animo dopo la perdita subita: «... dunque sendo io restato solo non posso far non rammaricarmi; non mi posso continere, mi aborrisce il manggiare [!], et con tutta la mia solitudine, mi da pena ogni compagnia, et mi par haver piacere nelli sospiri et lagrime, sia dunque laudato il sig.re, io sempre ho desiderato far la volontà di Dio, et de mei prelati et particolarmente in questo viaggio et al presente». Il frate riferisce di aver seguilo il consiglio del medico del Pascià e di altri, di non recarsi a visitare gli schiavi appestati, essendo anch'egli mezzo infetto, e di limitarsi a confessare gli schiavi sani. Egli d'altronde non s'acqueta in questa decisione ricordando le esortazioni di fra Pietro a curare gli appestati, il cui numero era di circa cento. Di fronte alla risolutezza di decisioni e di azione con cui abbiam visto agire fra Pietro, incurante d'ogni pericolo e schivo d'ogni riguardo, le lettere di fra Filipj o palesano una esitazione ed un timore umanamente molto comprensibili.

<p style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 3.0pt;">Pur non recandosi tra gli appestati, egli continuò a confessare e ad amministrare i santi sacramenti, dirigendo anche l'assistenza materiale degli infermi. Nella sua seconda lettera, del 30 giugno14 riferiva che ben trecento schiavi erano morii, pur essendosi per essi tentato ogni rimedio, e cinquecento avevano superato il male che ormai tendeva a decrescere, come era solito avvenire in Algeri all'av- vicinarsi del solleone. Molti schiavi avevano cooperato con il frate cappuccino nell'assistere i compagni colpiti e fra Filippo sollecitava per essi il riscatto, al ritorno, che si sperava prossimo, dei Redentori. Giunsero in quei giorni ad Algeri &mdash; come fra Filippo sempre nella sua lettera riferiva - ima cinquantina di schiavi presi nelle galee del Papa. Di essi, che appartenevano al corsaro Murad-rais, alcuni erano soldati, cio&egrave; membri effettivi dell'equipaggio, altri avevano ormai compiuto il loro servizio e molti di essi erano malati «per tante fatighe et bastonate che hanno haute». Fra Filippo attendeva il ritorno del Decano e di messer Lodovico e raccomandava ch'essi portassero buona somma di denaro per poter riscattare tutti coloro ai quali era stato promesso.

<p style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 3.0pt;">Quando ormai la peste era quasi scomparsa e si andava pensando ad uu nuovo invio di Redentori nella città barbaresca per effettuare un più numeroso riscatto, fra Filippo cadde ammalato e dopo cinque giorni morì il 6 agosto 1585'15. Della sua morte diede notizia ai Guardiani dell'Arciconfraternita romana il vice console di Francia ad Algeri Jacques Bionneau.

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 18.0pt; margin: 0cm 2.0pt .0001pt 3.0pt;">Nella lettera del 10 agosto37 37;_ref37"><!-- [37]</a> il Bionneau narra come olio giorni prima della morte di fra Filippo, l'immagine di S. Rocco aveva «sudato sangue puro et una de la madonna che li era presso latte il quale, con gran R.a fu asciugalo da la bona memoria del li.do pre' fra Phi- lippo, con cottone». Sulla natura e significato del fatto qui accennato e degli altri miracolosi fenomeni attribuiti alla immagine di San Rocco che i frati avevano con loro non si può precisare nulla per la brevità ed oscurità delle testimonianze stesse. Il vice console francese ha parole di grande elogio per l'attività svolta dai due frati nell'assistere gli schiavi che egli fa ascendere a trentamila, e prega vivamente i Guardiani del Gonfalone di inviare di nuovo «simili medici spirituali et in maggior numero che sia possibile» affermando che se i denari dell'Arciconfraternita riscatteranno cento schiavi, i padri cappuccini salveranno la maggior parte delle anime «si come si spera che sia stato &mdash; scrive il Bionneau &mdash; fra 600 che ne sono morii in cinque mesi de li quali sono informato che vi erano quelli che havea 30, 40 e 50 anni che non si erano prevaluti de li sacramenti de la penitentia et eucharestia tanto erano refredati in la religione per non havere chi li ammonisca et essorti».

All'inizio della svia lettera il Bionneau così diceva: «Addì 11 di luglio recevi mia cortesissima littera de Vre 111.me Sig.rie delli 3 di giugnio, nel qual tempo essendo già morta la fe. me. del R.do Pre fra Pietro, rispose à essa e del tutto li diedi parlicular raguaglio...». Questo «particular ragguaglio» inviato ai Guardiani del Gonfalone e che non si ritrova tra le carte d'Archivio non potrebbe identificarsi con la relazione anonima, fonte finora delle conoscenze su questa missione? L'autore sarebbe quindi il Bionneau che, data la forma impersonale di Ragguaglio conferita alla sua relazione, citava come terza persona se stesso quando elencava, tra i seguaci del funerale di fra Pietro, il console di Francia.

Morto fra Filippo ed andati via col Pascià ormai scaduto di carica, i quattro sacerdoti che egli teneva schiavi, non era restato più .alcuno ad assistere spiritualmente quel gran numero di anime viventi di continuo in grave minaccia per la loro fede. Il Bionneau, a casa del quale avevano alloggiato i padri cappuccini, rinnovava l'offerta di ospitalità per i nuovi Redentori clic l'Arciconfraternita avrebbe inviato e accludeva copia dell'inventario degli oggetti di fra Filippo.

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 0cm; line-height: 10.8pt; mso-line-height-rule: exactly; mso-list: l1 level1 lfo2; tab-stops: 13.3pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 2.0pt;"><!-- [if !supportLists]-->"font-size: 9.0pt; font-family: 'Century Schoolbook','serif'; mso-fareast-font-family: 'Century Schoolbook'; mso-bidi-font-family: 'Century Schoolbook';">"mso-list: Ignore;">I"font: 7.0pt 'Times New Roman';">&nbsp;&nbsp;&nbsp; due salvacondotti, l'uno del Pascià andato via, l'altro del nuovo eletto, Marni Bassa, sono in mano di Guglielmo Borgal, scriveva il vice-console francese rammaricandosi di ciò, ritenendo che nessun altro che lui avrebbe dovuto esserne il custode, dato il grado e la dignità che aveva. Egli proseguiva accusando il connazionale di essersi comportato male con i frati cappuccini, negando loro il credito e danneggiando così la pia opera. Il motivo per cui il Bionneau tendeva a screditare Guglielmo Borgal presso i Guardiani dell'Arcicon- fraternita era il desiderio di farlo sostituire con un suo raccomandato, messer Bartolomeo Summa. A parere del Bionneau il mutamento del Pascià era favorevole all'opera della Redenzione, essendo Marni Bassà «persona di miglior natura e condilion ch'el passato»17.

L'epidemia della peste s'era ormai estinta, come si prevedeva, all'entrata del solleone e già era ripreso il traffico ed eran giunte da Marsiglia due sacttie'18. Guglielmo Borgal non ignorava di certo l'ostilità che nutriva per lui il vice-console della sua nazione, e nella lettera che scrisse all'Arciconfraternita il 5 settembre giustificò il possesso del salvacondotto dicendo che gli era stalo consegnato da fra Filippo stesso per farlo riconfermare dal nuovo Pascià19. Su costui si esprime anch'egli con ottimismo: «Assan Bassà &egrave; andatto via di qua e in suo luoco &egrave; venutto Mahamet Bassa liuomo molto tratabil e de buon procedere apresso del quale io posso quanto voglio». Non risparmiò il Borgal di gettare qualche sospetto sul Bionneau a proposito di certi denari che fra Filippo aveva in consegna e che non si ritrovarono alla sua morte.

Egli ricordava con ammirazione la figura di fra Pietro e la sua morte «ch'&egrave; stata tanto acerba ed erta a questi poveri schiavi haven- do perso uno così buon padre et consolatore d'aflitti», e dice che non saprebbe descrivere «gli rigretti et pianti che se ne sono fatti et fanno continuamente per esso». Ma non soltanto nella memoria riconoscente dei cristiani era vivo il ricordo del buon padre cappuccino ma egli era ricordato con ammirazione «ancora dagli Turchi che de la vita santita e procedere d'esso non se ne pono saciare de ragionare». Che la santità e la bontà del frate fossero ricordate anche dopo la sua morte e puranco dai mussulmani &egrave; per lui l'encomio e la gloria più grande.

Con la morte dei due padri cappuccini si concluse questa prima missione inviata dalla confraternita romana in Barberia. Se i 71 schiavi riscattati possono apparire ben poca cosa dinanzi alle migliaia che ne restavano, il bene operato con la parola di conforto e di ammonimento e con l'opera costante di assistenza materiale e religiosa, &egrave; veramente incalcolabile-

La missione di fra Pietro e fra Filippo ebbe l'alto riconoscimento di Sisto V e di essa si fa menzione in alcuni scritti degli anni successivi38 38;_ref38"><!-- [38] Il sacrificio dei due padri cappuccini aprì quasi la strada ¦ai quattro confratelli che furono inviati ad Algeri dall'Arciconfra- ternita del Gonfalone l'anno seguente39 39;_ref39"><!-- [39]</a> ed ai molti francescani che nei secoli seguenti recarono agli schiavi cristiani in Barberia la libertà fisica e la salute spirituale.

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 26.65pt;">ref1 1;_1"><!-- [1]</a>L'Ordine trinitario fu fondato da S. Giovanni di Matlia e S. Felice di Valois che ne ottennero l'approvazione da Innocenzo III nel 1198. Cf. M. HEIMBUCHER5pt">"font-size: 5.0pt;">, <em>"font-size: 7pt;">Die Orden and Kongregationen der katholischen Kirclie</em><em> II</em>, Paderborn 1933, 448-455. Per l'attività del Riscatto cf. P. 55pt">"font-size: 5.5pt;">DESLANDRES,&nbsp;<em>L'Ordre des Trinitaires pour le rachat des captifs</em>, 2 voll., Parigi 1903. - L'Ordine dei Mercedari fu fondato nel 1218 da S. Pietro Nolasco, con la protezione di Giacomo I d'Aragona, ed approvato nel 1235 da Gregorio IX. Cf. M. "font-size: 9.33333px; text-indent: 25.3333px;">HEIMBUCHER55pt">"font-size: 5.5pt;"><em>op. cit.</em> I, 571-576. Uno sguardo all'opera redentrice dei Mercedari ed una aggiornata bibliografia sono contenuti nel prologo all'edizione della cronaca di Fr. MELCHOR GARC&Iacute;A NAVARRO55pt">"font-size: 5.5pt;">, O. de M.,55pt">"font-size: 5.5pt;"><em>Redenciones de cautivos en Africa (1723-25)</em>, Madrid 1946.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 25.9pt;">ref2 2;_2"><!-- <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">"font-size: 7.0pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA; font-style: normal;">[2]</b></a>Sulla Pirateria nel Mediterraneo nella seconda metà del '500 cf. F. BRAUDEL,55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;"><em>Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo lI</em>&nbsp;tr. ital. 1953, II, 939-971.

3

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; tab-stops: 27.4pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref3 3;_3"><!-- [3]</a>&nbsp; Precedente all'opera romana di cui trattiamo era sorta a Napoli nel 1548, con la protezione di Carlo V, una « Casa Santa della Redenzione de' Cattivi », che ricevette privilegi ed indulgenze da vari Pontefici. Cf. <em>Regole ed Istituti dell'antichissima reai casa santa della Redenzione de' Cattivi di questa Città, e Regno di Napoli</em>, Napoli 1670. L'ultima missione inviata da questa Opera in Barberia nel 1647 fu affidata anche a due padri cappuccini, frate Antonio da Guigliano e frate Giulio da Tiano.

<p>4 La confraternita fu istituita tra il 1260 e il 1267, anno in cui ebbe un Breve di riconoscimento da Clemente IV. Durante il Medioevo fu promotrifce di sacre rappresentazioni al Colosseo. La Bolla di Gregorio XIll <em>Christianae nobiscum</em>, del 28 maggio 1581, &egrave; in Mazzo H fasc. 1. Cf. <em>Bull. Rom</em>. VIlI, Augustae Taurinorum 1863, 373-376. Sulla confraternita del Gonfalone cf. B. Piazza, <em>Eusevologio ovvero delle Opere Pie di Roma</em>, Roma 1698, 348-350; <em>Cenni storici della Ven. Arch. del Gonfalone</em>, Roma 1888, premessi all'ed. degli Statuti; L. RUGGERI, <em>L'Archiconfraternita del Gonfalone</em>, Roma 1866, che dedica all'attività del Riscatto una generica trattazione alle pp.348-378.

4

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.9pt;">ref4 4;_4"><!-- [4]</a>Nel Libro <em>T</em> (serie <em>Diversi</em>) dell'Arch. della Confraternita &egrave; contenuto un sunto storico sugli inizi dell'attività del Riscatto. La confraternità discusse circa l'accettazione dell'incarico datole dal Papa e lo accettò decidendo di tenere una amministrazione separata dell'Opera del Riscatto.

5

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2.0pt; text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.9pt;">ref5 5;_5"><!-- [5]</a>&nbsp; Le elemosine erano raccolte per mezzo di cassette poste all'entrala delle Chiese (cf. libro T). Nelle varie diocesi erano inviati dei Commissari del Riscatto per il ritiro delle somme raccolte. (Cf. Ma zzo H n.5, (1.14-25).

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<p class="MsoNormal" style="margin-left: 2.0pt; text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.1pt;">ref6 6;_6"><!-- [6]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. Breve di Gregorio XIII del 20 febbraio 1585, pubblicato in un manifesto a stampa (Mazzo H n.16 f.66 e n.17 f.67); Breve di Sisto V del 23 marzo 1586 (Mazzo II n.18 ff.68-89 e n.19 ff.90-95).

7

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 1.0pt; text-indent: 20.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.65pt;">ref7 7;_7"><!-- [7]</a>&nbsp; Per le incursioni dei Barbareschi sulle coste dello Stato pontificio cf. A. Gu- cuelmotti, Storia della Marina dello Stato pontificio, Roma 1886-1887.

8

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.9pt;">ref8 8;_8"><!-- [8]</a>&nbsp;&nbsp; La confraternità fu istituita tra il 1260 e il 1267, anno in cui ebbe un Breve di riconoscimento da Clemente IV. Durante il Medioevo fu promotriie di sacre rappresentazioni al Colosseo. La Bolla di Gregorio XIII Christianae nobiscum, del 28 maggio 1581, &egrave; in Mazzo li fase. 1. Cf. Bull.Rom. Vili, Augustae Taiuinorum 1863, 373-376. Sulla confraternita del Gonfalone cf. B. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Piazza, Eusevologio oxwero delle Opere Pie di Roma, Roma 1698, 348-350; Cenni storici della Ven. Arch. del Gonfalone, Roma 1888, premessi all'ed. degli Statuti; L. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Rugcf.ri, VArchiconfra- ternita del Gonfalone, Roma 1866, che dedica all'attività del Riscatto una generica trattazione alle pp.348-378.

9

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 27.65pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref9 9;_9"><!-- [9]</a>&nbsp; Nel Libro T (serie Diversi) dell'Arch. della Confraternita &egrave; contenuto un sunto storico sugli inizi dell'attività del Riscatto. La confraternità discusse circa l'accettazione dell'incarico datole dal Papa e lo accettò decidendo di tenere una amministrazione separata dcll'Opera del Riscatto.

10

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.9pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref10 10;_10"><!-- [10]</a> Le elemosine erano raccolte per mezzo di cassette poste all'entrata delle Chiese (cf. libro T). Nelle varie diocesi erano inviati dei Commissari del Riscatto per il ritiro delle somme raccolte. (Cf. Mazzo H n.5, fi.14-25).

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 28.1pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref11 11;_11"><!-- [11]</a> Cf. Breve di Gregorio XIII del 20 febbraio 1585, pubblicato in un manifesto a stampa (Mazzo H n.16 f.66 e n.17 f.67); Breve di Sisto V del 23 marzo 1586 (Mazzo li n.18 ff.68-89 e n.19 ff.90-95).

12

<p style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 20.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 26.65pt;">ref12 12;_12"><!-- [12]</a> Per le incursioni dei Barbareschi sulle coste dello Stato pontifìcio cf. A. Gu55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">glielmotti, Storia della Marina dello Stato pontificio, Roma 1886-1887.

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<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 26.4pt;">ref13 13;_13">55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;"><!-- 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt; font-variant: normal !important; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[13]</a>55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">&nbsp; Matthias a Salò, O.F.M.Cap.,Historia Capuccina II, Roma 1950,472. Che fra Pietro fosse dei conti Cigala si afferma in: Cristoforo 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Poggiali, Memorie storiche di Piacenza X, Piacenza 1761, 86. La sua appartenenza alla Provincia di Roma e non di Bologna &egrave; stata dimostrata da 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Felice da Marf.to, O.F.M.Cap., I missionari Cappuccini della Provincia Parmense. Note marginali, Modena 1942, 63-65.

14

<p style="margin-right: 2.0pt; tab-stops: 29.75pt;">ref14 14;_14">27pt"><!-- 27pt">[14]</a>27pt">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cf. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">[Fredecando da Anversa,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap.], 27ptCorsivo">I Frati Minori Cappuccini lungo la Costo africana nel secolo XVI. Una relazione inedita del 1585,27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">in 27ptCorsivo">Anal. O.F.M27pt">. 27ptCorsivo">Cap.27pt"> 40(1924) 252-260. 20">"font-size: 5.5pt;">Adesso si ritrova pubblicata in 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Matthias a Salò, 27ptCorsivo">op. cit- 27pt">472-477. 20">"font-size: 5.5pt;">Della missione dei due cappuccini si trova menzione nelle varie storie dell'Ordine Cappuccino. 27pt">Cf. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Zacharias Boverius, 27ptCorsivo">Annalium27pt"> II, 20">"font-size: 5.5pt;">Lugduni 27pt">1639, 167- 168; 20">"font-size: 5.5pt;">Rocco 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">da CesINALE,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Storia delle Missioni dei Cappuccini27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">I, 27pt">Pa20">"font-size: 5.5pt;">rigi 27pt">1867, 414-421; 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Clemente da Terzorio,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., Le 27ptCorsivo">Missioni dei Minori Cappuccini. Sunto storico27pt"> X, 20">"font-size: 5.5pt;">Roma 27pt">1938, 566-568; 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Mf.lchior a 27pt">Por», 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">ad ir a,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Historia generalis Ordinis Fratrum Minorimi Capuccinorum27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">I, Roma 27pt">1947, 333. 2Maiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Ubald d'Alenqon,20">"font-size: 5.5pt;"> O.F.M.Cap., 27ptCorsivo">Franciscains et Pestif&eacute;r&eacute;s27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">eri 27ptCorsivo">Tunisie,27pt"> 20">"font-size: 5.5pt;">estr. da 27ptCorsivo">Iie- vue de VAnjou,27pt"> 1902, 3-5 20">"font-size: 5.5pt;">parla di questa missione come svoltasi a Tunisi.

15

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 29.3pt;">ref15 15;_15"><!-- [15]</a>&nbsp;&nbsp; L'Archivio della confraternita fu trasportato all'Archivio Segreto Vaticano per ordine di Pio XI dalla Procura delle Missioni dei Figli del Cuore Immacolato di Maria. Di esso esiste un indice ms., parziale ed incompleto, che non menziona i documenti di cui trattiamo. Cf. Rubricella degli Atti e Documenti della Ven. Archiconfraternità del SS.mo Confalone in Roma, compilata da Giovanni de Re- gis nel 1877. - I documenti che citiamo e quelli per i quali si rinvia al testo pubblicato in appendice si intendono sempre appartenenti al predetto Archivio del Confalone, alle cui segnature ci riferiamo.

16

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.55pt;">ref16 16;_16"><!-- [16]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.2.

17

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.5pt;">ref17 17;_17"><!-- [17]</a>&nbsp;&nbsp; Henri d'Angoul&egrave;me, figlio illegittimo di Enrico II, Gran Priore di Francia, Capitano Generale delle Galere, Governatore e Ammiraglio dei Mari di Levante, fu governatore della Provenza dal 1579 al 1586, anno in cui morì. Cf. R. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Busquet, Ilistoire de Marseille, Paris 1945, 217. Nei nostri documenti &egrave; sempre e soltanto citato come Gran Priore.

18

ref18 18;_18"><!-- [18]</a>&nbsp;&nbsp; Nel testo dell'istruzione (cf. infra doc. n.2) risulta Fabritio Felix e non Ludovico, ma con questo secondo nome il mercante &egrave; indicato fin dalla lettera del 20 gennaio 1585 da Marsiglia (cf. doc. n.6), e così anche nella lettera a lui personalmente diretta da fra Pietro il 22 maggio 1585 (cf. doc. n.14).

19

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.0pt;">ref19 19;_19">55pt">"font-size: 5.5pt;"><!-- 55pt">"font-size: 5.5pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[19]</a>55pt">"font-size: 5.5pt;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cf. il testo del breve, in Rocco 55pt">"font-size: 5.5pt;">da Cesinale, Storia delle Missioni Cappuccine 65pt">I, Parigi 1867, 504-505 ed in Bull.Cap. 65pt">II, 258: VII, 26S.

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<p class="MsoNormal" style="text-indent: 18.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.05pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref20 20;_20"><!-- [20]</a>&nbsp;&nbsp; Crediamo identificare la detta « patente vulgare » in Mazzo H fase. n.15. (Cf. doc. n.l).

21

<p class="MsoNormal" style="text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 30.75pt; margin: 0cm 1.0pt .0001pt 1.0pt;">ref21 21;_21"><!-- [21]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. libro U (serie Diversi). La lista, consegnala ai Redentori il 30 novembre 1584, enumera 175 schiavi dello Stato pontificio e di altre regioni, alcuni dei quali avevano promesso un contributo al prezzo del proprio riscatto. Su alcuni di questi nominativi cf. S. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Bono, La Pirateria nel Mediterraneo. Romagnoli schiavi dei Barbareschi, estr. da La Pie, 1953 n.9-10, pp.4-5.

22

ref22 22;_22">30"><!-- 30">"font-size: 6.5pt; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">[22]</a>30">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dai nostri documenti risulta che era schiavo ad Algeri in quel tempo un certo frate Francesco sardo della provincia di Palermo. Il frate, non nominato in Antonino 355pt">"font-size: 5.5pt;">da 30">Castf.iaammarf. O.F.M.Cap., 37ptCorsivo">Storia dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Palermo37pt"> 30">II, Palermo 1922, morì per la peste, come scrisse fra Pietro il 22 maggio (cf. 37ptCorsivo">infra37pt"> 30">doc. n.15). Un certo fra Lione trapanese cappuccino &egrave; nominato quale testimone aH'inventario eseguito dopo la morte di fra Filippo (cf. doc. n.19); nella lettera di Jacques Bionneau 37pt">&egrave; 30">detto schiavo di Assan 37pt">Bassa 30">(cf. doc. n.20). Pur avendo la facoltà suddetta i due confratelli cappuccini non furono riscattati, probabilmente perch&eacute; non vollero privare altri di questo beneficio. Su altri frati schiavi cf. Melchior 355pt">"font-size: 5.5pt;">a 30">Pobladura, 37ptCorsivo">Hist. generalis37pt"> 30">I, 332-333.

23

ref23 23;_23"><!-- [23]</a>&nbsp;&nbsp; Nell'Istruzione si consigliava di inviare le lettere dirette ai Guardiani del- l'Arciconfraternita in plico indirizzato al Card. Alessandro Farnese, protettore della confraternita, o ad altri Cardinali ivi indicati per far sì che giungessero più rapide e sicure. Le lettere da Roma ad Algeri e viceversa impiegarono circa un mese, un mese e mezzo.

24

ref24 24;_24"><!-- [24]</a>&nbsp;&nbsp; Questo sigillo fu poi ritrovato tra gli oggetti lasciati da fra Filippo alla morte come risulta dall'inventario che se ne fece (cf. infra doc. n.19).

25

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;">ref25 25;_25"><!-- [25]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.3.

26

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;">ref26 26;_26"><!-- [26]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. doc. n.4.

27

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;">ref27 27;_27"><!-- [27]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. doc. n.5.

28

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 29.3pt;">ref28 28;_28"><!-- [28]</a>&nbsp;&nbsp; La famiglia Lencio o Lenche, originaria della Corsica, si era stabilita a Marsiglia raggiungendovi una ragguardevole posizione. Antonio Lencio fu secondo console di Marsiglia nel 1587 ; il fratello Tommaso lo era stato nel 1565. Essi erano a capo della Compagnia per la pesca del corallo e della Compagnia del Bastione, concessione francese in Barberia. Cf. P. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Masson, Histoire des &eacute;tablissements et du commerce frangais dans l'Afrique Barbaresque (1560-1793), Parigi 1903, 55pt">"font-size: 5.5pt;">8-14; P. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Giraud, Les Lenche à Marseille et en Barbarie, in M&eacute;m. de l'inst. hist. de Provence 13(1936) 10-57; 14(1937) 107-139; 15(1938) 53-86.

29

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;">ref29 29;_29"><!-- [29]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.7.

30

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.0pt; text-indent: 19.0pt; tab-stops: 30.0pt;">ref30 30;_30"><!-- [30]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra doc. n.8. Era allora Pascià Hassan veneziano, che aveva già governato ad Algeri nel triennio 1577-1580. Cf. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Dieco de Haedo, Histoire des Rois d'Alger, in Rev. africaine, 25(1881) 26-32.

31

<p class="MsoNormal" style="margin-left: 19.0pt; tab-stops: 29.8pt;">ref31 31;_31"><!-- [31]</a>&nbsp;&nbsp; Sull'Opera della Redenzione di Napoli cf. supra nota 3.

32

ref32 32;_32"><!-- [32]</a>&nbsp;&nbsp; « Bagni » erano detti i locali dove gli schiavi appartenenti al Pascià trascorrevano le notti e le ore e giornate di riposo. Ad Algeri erano dei locali divisi in sale longitudinali, con vari ordini di cuccette sospese, a cui si accedeva con delle scale di corda. In questa città barbaresca vi furono anche dei Bagni appartenenti a quei privati, i grandi capi corsari, che arrivavano a possedere personalmente qualche migliaio di schiavi. I Bagni avevano dei nomi turchi ma più comunemente erano chiamati dal nome del Santo titolare della Cappella annessa al Bagno stesso. Cf. H. D. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">de Grammont, &Eacute;tudes alg&eacute;riennes, 21-23.

33

<p class="MsoNormal" style="margin-right: 2.0pt; text-indent: 19.0pt; line-height: 8.4pt; mso-line-height-rule: exactly; tab-stops: 29.75pt;">ref33 33;_33"><!-- [33]</a>&nbsp;&nbsp; Cf. infra docc. n.14 e n.15. Sulle pestilenze ad Algeri cf. Jean 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Marchika, La Peste en Afrique septentrionale. Histoire de la peste ere Algerie de 1363 à 1830, Alger 1927, che non mi &egrave; stato possibile consultare.

34

ref34 34;_34"><!-- [34]</a>&nbsp;&nbsp; Nella lettera del 26 febbraio (cf. doc. n.8) si riferiva di don Lorenzo Procuratore della Redenzione dti Padri Trinitari, suggerendo di unire formalmente le due Redenzioni per risparmiare nei regali al Sovrano ed in altri aggravii. Nella lettera a cui ci riferiamo, del 22 maggio, fra Pietro diceva: don Lorenzo da Siena « &egrave; stato amazzato come per una mia scrittali per via di Valenza havranno inteso ». Questa altra lettera inviata da fra Pietro non si ritrova tra le carte d'Arc-hivio e forse non fu mai ricevuta. In Mazzo II. fase.13 ff.56-58 si conserva un Inventario delle robbe restale in Tunesi e Biserta che portò D. Lorenzo da Siena. Dalla lettera di fra Filippo dell'8 giugno ne apprendiamo il cognome: Visconte (cf. doc. n.16).

35

ref35 35;_35"><!-- [35]</a>&nbsp;&nbsp; In alcuni Bagni di Algeri vi erano delle taverne, gestite da schiavi che corrispondevano per questa concessione una tassa al governo. Cf. II. 55pt">"font-size: 5.5pt;">D. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">de Gram- 55ptGrassetto">"font-size: 5.5pt;">montGrassetto">, op. cit. 65pt">23-24.

ref36 36;_36"><!-- [36]</a>&nbsp;&nbsp; Le due lettere sono collocate al Mazzo G, n.4, ff. 1.15-118.

37

ref37 37;_37"><!-- [37]</a> Cf. doc. n.20.

38

ref38 38;_38"><!-- [38]</a>&nbsp;&nbsp; Parole di elogio espresse da Sisto V nel Breve del 55pt">"font-size: 5.5pt;">23 marzo 55pt">"font-size: 5.5pt;">1586 (Cf. supra nota 55pt">"font-size: 5.5pt;">7). Altra menzione dei due padri cappuccini 55pt">"font-size: 5.5pt;">&egrave; in Fr. Geronimo 55pt">"font-size: 5.5pt;">Graci.ìn de 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">la 55pt">"font-size: 5.5pt;">Madre de Dios, Traetetelo de la Redempcion de Captivos..., Roma 55pt">"font-size: 5.5pt;">1597, 57: « ...en Argel estuvieron muclio tiempo dos padres capuchinos, que embio Sixto Quinto, y hizieron increyble fructo... ». Altra ancora in Fr. 55pt">"font-size: 5.5pt;">Alfonso de' Domenici, Trattato delle Miserie che patiscono i fedeli christiani schiavi de' Barbari..., Roma 55pt">"font-size: 5.5pt;">1647, 39: « ...come al tempo della felice memoria di Sisto V in Algeri vi dimorarono due Padri Capuccini, che furono di non poco sollievo à quelle anime, e con la predicazione, e amministrazione de' Sacramenti e col trattar ancora la Redentione di molti... ».

ref39 39;_39"><!-- [39]</a>&nbsp;&nbsp; Di questa missione fu a capo un altro cappuccino nativo di Piacenza, fra Dionisio, e ne furono membri frate Arcangelo da Rimini, fra Angelo da Forlì e fra Salarione bolognese. Scarsissime le notizie che se ne hanno finora nelle Storie dell'Ordine. Cf. Rocco 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">da Cesinale, Storia delle Missioni cappuccine I, 421-422. 427-428. 55ptMaiuscoletto">"font-size: 5.5pt;">Melchior a Pobladura, Hist. grneralis Ordinis I, 333. Anche di questa missione si conserva nell'Archivio del Gonfalone una ricca documentazione, tra ¦cui numerose lettere inviate dai quattro Redentori durante la residenza ad Algeri.

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