Lunedì, 24 Giugno 2019
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Sughere di Gallura (di Elio Vittorini)

Subito fuori dal caseggiato di Terranova l'orlo vulcanico che circonda la baia inghiotte la cittadina e, a un chilometro, anche l'ampio specchio lacustre. Sollevati contro il cielo si corre su una superficie convessa che pare s'inarchi e dilati e debba scagliarci da un momento all'altro nello spazio.

E si corre incredibilmente con questo macchinone dall'aspetto pachidermico. Abbiamo due autisti, uno al volante mostra i denti alla strada, con ringhioso accanimento, l'altro in piedi aspetta di dargli il cambio appena si stanchi; ma più che premura ha impazienza, una voglia da ragazzo di prendere il gioco al compagno. Si direbbero fratelli, tanto si somigliano. A tratti si guardano e un misterioso sorriso ironico passa sui loro volti. - La strada è ottima per la nostra corsa pesante. Dice uno che tutte le strade in Sardegna sono e furono sempre così buone. È bastato aggiungere un lieve strato di terra sulla roccia che il continuo passaggio dei popoli aveva reso liscia e uguale. Eppure quasi non si distingue nella crosta intorno. Per chilometri non si scorge un uomo ne un tetto. E l'impressione dell'altipiano si precisa nel senso di una maggiore prossimità della sorgente solare. 
Nell'aria ce n'è l'odore: del sole. Di fuoco puro, privo d'ogni acredine di combustibile. E di pietra secca. Ma di brughiera anche. E di spoglie di serpi. Odore di Sardegna... 

Non s'avverte il volo d'un uccello e par strano che invece, come dicono, quest'aria sia popolata di pernici. Però, ecco a distanza un colpo di fucile, e un'oscura falda si distacca dalla brughiera, palpita, ricade oltre l'orizzonte. Mai avevo visto uno stormo così compatto. Lontani i graniti, sono montagne rosa. Più alto e più rosa, il Limbara, occupa metà dell'universo intorno. E crepita, si affila al sole.[...] 
Una vena d'acqua è affiorata sulle lastre, profonda da immergervi il piede. Ma è chiara, colore anch'essa del granito. A poco a poco si stringe nelle sue sponde e suscita un'irta vegetazione, che la ricopre. 
Seguendola s'incontrano alberi, qualche ontano, qualche ulivo. Alberi dalle fronde di cenere, d'un verde spento. Poi sugheri. Somigliano all'ulivo, dal fogliame un po' più canuto, un po' più arruffato, ma hanno tronchi che sanguinano. Dal piede fin sotto l'attaccatura dei primi rami, esattamente, la corteccia è stata sbalzata via. È rimasto il tronco vivo. In alcuni d'un rosso fulvo, in altri come cuoio conciato. Altri, sotto l'azione del sole, hanno preso una tinta violacea. I più vecchi, che furono scortecciati l'anno scorso, si sono ricoperti d'un muschio bluastro. Ma non ce n'è uno intatto. Anche certi arboscelli, dal corpo sottile, mostrano un piede sanguinolento. Strano, per questo taglio come sembrano vivi! Viene spontaneo pensare: povere bestie... 
D'albero in albero si arriva dove è tutto pieno. Echeggiano colpi d'ascia. Tak. Tak. Un bosco, ma non fitto; e battuto bene dal sole. S'ode gente che parla. È il tempo del raccolto. Ed ecco gli uomini [...] 
Sono tre. Vanno intorno e palpano i tronchi degli alberi che, intatti, somigliano affatto all'ulivo. Ne trovano uno che li soddisfa, diritto, d'acerbo fogliame, e giù al collo e alla caviglia due colpi d'ascia, poi con un ferro completano all'ingiro le due incisioni e dall'alto in basso tirano una fenditura. Il più anziano dei tre caccia le mani nella ferita e l'allarga. Ne cola un'acqua rosea che per un rigagnolo scorre sul terreno finché non incontra la roccia; e là stagna. Di queste pozze d'un sangue delicato, che lievemente vapora, il suolo del bosco è cosparso. E un più delicato aroma ne esala, un triste aroma, come d'una resina d'erba. Intanto la corteccia ha ceduto, ha un'elasticità di gomma, così fresca, e si apre, sguscia via, lasciando ignudo il tronco. D'una puerile nudità rosa. Sembra tenero, che si possa spezzarlo tra le dita, come il gambo d'un fiore. E l'albero, su, dove è ancora un albero, si liscia nelle sue foglie con l'ossessione d'un uccello ferito che del suo male non urli per un interno terrore. 
Da una parte, le spoglie della singolare scuoiatura sono stese ad asciugare. Spalancate al sole sono rosa anch'esse, ma d'un rosa un po' osceno. Non hanno più nulla di terrestre, tanto meno di vegetale. E le spoglie già secche, ammucchiate in catasta, hanno preso quel noto aspetto del sughero che, da bimbi, come le spugne e i coralli, si pensava estratto dai fondi del mare. 
Da qui, i carri colmi, lo portano a Tempio o a Calangianus, alle fabbriche. Sono fabbriche rustiche, s'intende, di operai che lo lavorano col coltello, dopo averlo bollito dentro calderoni che, infissi nel pavimento, vengono scaldati da un fuoco di legna acceso in cantina; come si fa la ricotta in certe mandrie. 
Ne fabbricano tappi. Oppure lo spediscono alle ditte specializzate di Barcellona, di Marsiglia che pare apprezzino il sughero sardo a preferenza di quello, scarso del resto, delle Baleari, o, troppo turgido, del Marocco. Peccato renda poi così poco. Ogni albero, in due o tre anni, poche lire; e divise fra tanti, da chi piantò l'albero a chi taglia tappi. Ma tutta la Gallura e mezzo Logudoro ci vivono.

Tratto da Sardegna come un'infanzia, Milano, Mondadori, 1952.

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