Domenica, 20 Gennaio 2019
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Gabriele d'Annunzio e Santu Lussurgiu

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La tragedia Più che l'amore di Gabriele D'annunzio (1905)*, fu rappresentata per la prima volta a Roma nel teatrro Costanzi dalla Compagnia di Ermete Zacconi il 24 ottobre 1906(2) e il risultata fu un vero e proprio insuccesso: una tempesta di fischi, di strepiti, di invettive. La platea, nell'assistere al dramma di Corrado Brando, sentì che il personaggio feriva i suoi principi morali e insorse con urla e grida.

Ciononostante, l'autore, proprio attraverso il controverso protagonista Corrado Brando (definito da Vincenzo Morello "Un delinquente nato"), e il suggestivo colloquio che nel secondo episodio questi ha con il fedelissismo servitore Rudu, homine de abbastu, di Santu Lussurgiu, dipinge con colori straordinari di sintesi il paese di Santu Lussurgiu, il suo territorio e il carattere della sua gente:

CORRADO BRANDO.
"... Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio, dove ti trovai?
Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà. Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nei cuore?
Fra il Logudoro e l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro - libeccio, al soffio dell'Africa.
Sembra la figura espressiva del più maschio fato.
Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava gli stormi rossi allo stagno di Cabras?
Io ti dissi: “Vieni con me, homine de abbastu.”
Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare.
Ora va, tornatene lassù; e in ogni primavera quando la tua tanca s'empie d'asfodeli, accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti.

Un dolore severo annobilisce il volto dell'isolano.

RUDU.
Perché mi scacci? Che male ti feci, su mere?
CORRADO.
Non ti scaccio. Mi accomiato.
RUDU.
Parti, dunque.
CORRADO.
Non so per dove.
RUDU.
Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.
CORRADO.
E se io dovessi morire?
RUDU.
Morire!
CORRADO.
Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda?
Ma non ho immortalità fuori del deserto, ti dico.
RUDU.
Non mi parlare lontano.
CORRADO.
Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia. Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano. Pensa che risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi vòlti al focolare...
RUDU.
M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere - perdonami - che neppur tu lo puoi più rompere.

CORRADO. 
Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della voragine!

Il volto gli balena. La sùbita sollevazione ha quasi l'apparenza d'un breve delirio.

O Rudu, e quale potrebbe essere il compito di colui  che  sopravvivesse  al  giorno  santo?   Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi d'intendere.  Ma tu sei ancóra capace di  cantare con una voce più ferma in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato  l'enigma.   Credo  che  dal   più   remoto deserto io  lo  sentirò  schiudersi  in  mezzo  al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute cicatrici vivide che  il  sangue urta col suo battito più forte. Anche questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia. Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia febbre. Però - l'ho detto - la mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubacar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano.

Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso l'uscio come per cogliere un suono.

Non ti muovi! Che ascolti?
RUDU.
Qualcuno suona alla porta.
CORRADO.
Hai udito?
RUDU.
È la seconda volta.

Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce riprende il suo tono metallico.
CORRADO.
Guarda chi è, poi torna.

S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo sguardo all'uscio per ove il servo esce e rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la prominenza della fronte contratta; alla luce obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il volto indurito e incrudito è come la maschera granitica della Risolutezza.

RUDU.
E il tuo amico, su mere.
CORRADO.
Chi?

La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve cenno espressivo.

RUDU.
Su frade...

Un'indicibile onda si spande su la maschera e la spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola è sorda.

CORRADO.
Entri.

Il servo si ritrae per introdurre il visitatore(2), Corrado si distacca dalla tavola, movendo un passo.

[...]

Gabriele D’Annunzio

NOTE

(*) Gabriele D'Annunzio, Più che l'amore, Officine dell'Oleandro, Roma 1936. pp. 194, 195
(1) Alcuni, Tita Mazzuca, in "Tempo" s.d., sostiene che la Prima si tenne il 29 ottobre 1906
(2) Si tratta di Virginio Vesta amico di Corrado e fratello di Maria

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