Lunedì, 23 Settembre 2019
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Occupazione militare di Santu Lussurgiu*

Al tocco del 12 giugno l’Angioi, col seguito dei lussurgesi e dei principali delegati, entrò a Santulussurgiu, ospite della famiglia Obino. Nella casa di questi riposò a lungo mentre il villaggio e le alture circostanti erano vigilate da dragoni e miliziani. (126)

A mezzanotte, travestito da lussurgese, accompagnato da amici fidatissimi, lasciò il villaggio, percorrendo le cosidette tappe dei Dragoni, puntando per Sindia - Pozzomaggiore - Torralba - Tiesi ove giunse verso il tramonto del 13 con un seguito, afferma il Passino, di 50 persone; lo affiancavano particolarmente Don Stanislao Delogu di Don Giovanni Maria di Tiesi. (127)

Scrive il Costa (128) che lAngioi «dopo aver errato qua e là, tutto solo, lasciando andare il cavallo alla ventura, giunse il 14 nel villaggio di Tiesi, dove sostò alquanto».

Crediamo che l'Angioi avesse un disegno preciso e un itinerario ben tracciato e molta fretta di giungere a Tiesi, dove entrò, come s’è detto, al tramonto del 13 e non del 14. Il Costa ha scritto affidandosi alla fantasia

I Delegati Viceregi, colle loro truppe, il 15 erano ancora in gran parte fermi in San Gavino e il Viceré, lo stesso giorno, indirizzò loro il seguente ordine:

«Dopo che Elleno avranno disposto, ed ordinato bene le cose in Oristano in modo a non temere più insurrezione interna e sorpresa esterna, dovranno senza ritardo proseguire la loro marcia col nerbo delle forze fino a Santulussurgiu, dove fisseranno la loro dimora all’oggetto di concentrare le ulteriori operazioni colle comunità meglio intenzionate di quel Dipartimento, e di tutti gli altri del Capo Superiore, dovendo assolutamente queste continuarsi senza interruzione fino all’intera sommissione di tutti gli insorgenti, ed all’arresto, o dispersione dei loro Capi. Ivi potranno colle circostanze deliberare quali milizie di cavallerie si debbano licenziare a fine d’impedire il maggior disturbo e scapito di zelanti sudditi di questo Capo nell’attuale stagione delle messi.

Nel passaggio d’Oristano Elleno non solo procederanno all’arresto di ogni e qualunque persona che avesse notoriamente favorito l’ingresso, permanenza, ed eccessi dei summentovati insurgenti, ma eziandio usando di quella autorità, onde sono rivestiti, daranno quell’esemplarità, che può incutter timore (129 ) agli altri, come sarebbe confiscar beni, ed imporre contribuzioni proporzionate al mantenimento di quella gente che si crederà necessaria lasciarvi per stabilirvi il buon ordine, regolando il tutto con i principi di prudenza ed umanità.

Lo stesso praticheranno in Santulussurgiu sul particolare riflesso, che molti di quel villaggio sono rei di manifesta adesione alle mire, ed ai disegni del Capo de gl’insurgenti, ed in quelli altri villaggi che hanno avuto simile rea condotta.

Gli arrestati saranno subito spediti ben sicuri ad Oristano, e di là tradotti a questa Capitale provalendosi dé Legni armati che trovansi in quel Golfo spediti espressamente per impedire la fuga di qualunque dé suddetti Capi.

Ho dato ordine al Sig. Francesco Dei, da me spedito per mare colla Gondola Ra comandata dal Semidei di dover trattenersi veleggiando verso il Golfo di Oristano fino ad altro mio ordine, e delle S.S. Loro. Nel caso quindi d’abbisognare del medesimo sia per la sicura traduzione dei prigionieri, o per qualunque altro oggetto non avranno, che a indirizzarsi e prevalersi dello stesso sulli riscontri avuti». (130)

Il 18 giugno il Viceré scriveva all’avv. Pintor-Sirigu, suo Delegato, fermatosi a Oristano: «Dei prigionieri costi esistenti ed in qualunque altro carcere ho fissato di non volerne alcuno in queste a riserva del Sacerdote Meloni di Santulussurgiu, che faranno cui tradurre per mare, gli altri poi si faranno ritenere in codeste carceri che faranno accomodare e riparare nella miglior forma, metterle in stato di non poter temersene l’evasione, facendoli custodire strettamente». (131)

Il 25 la gondola Ra rientrava a Cagliari portandosi da Oristano, prigioniero, il sacerdote Nicolò Meloni di Santulussurgiu, fervente propagandista della lotta antifeudale e seguace dell’Angioi.

Durante la permanenza in Oristano i Delegati Viceregi diedero l’incarico al Marchese di S. Maria, Comandante della Piazza, di formare una Compagnia di Volontari (132) certamente, come osserveremo, con tutta la feccia sociale lasciata in libertà dalle carceri e col rilascio di salvacondotti ai peggior latitanti.

Detta Compagnia, regolarmente formata fu, detrati venti uomini, per i servizi di Piazza in Oristano, avviata a Santulussurgiu, affidata al Comando del Capitano Forneris per rinforzare la guarnigione.

In Santulussurgiu s’era creata una situazione amministrativa anormale per il fatto che fu rimosso dalla carica di consigliere il Cav. Don Antonio Martino Massidda per cui il 20 giugno, il Sindaco Don Nicola Meloni e i Consiglieri, inoltrarono una supplica ai Viceregi Delegati per ottenere le regolari dispense al Regio Editto sui gradi proibiti di parentela fra i membri dei Consigli:

«III.mi Signori Delegati Generali di S.E.

Il Sindaco e Consiglio Comunitativo del Villaggio di Santu Lussurgiu alle S.S.L.L. III.me espongono che, per la rimozione del Consigliere Don Antonio Martino Massidda (133) trovasi il supplicante consiglio mancante d’un membro della prima Classe, ed altro già da qualche tempo della seconda; ne può occorrervi per difetto di soggetti che non siano parenti cogli altri membri nè gradi proibiti dal Regio Editto. Sarebbero però del caso don Nicolò Massidda e Giamaria Cherchi; ma essendo il primo cognato del consigliere Francesco Serra, ed il secondo suocero dì Don Bartolomeo Meloni, non posson concorrere senza che venga dispensato il primo grado d’affinità, che è quello, che pregano alle S.S.L.L. III.me quos Deus, ecc. Don Nicolos Melony-Sindaco, Don Bartolomeo Melony, Francesco Serra-Consigliere, Segno + Antonio Leonardo Ruju, Segno+ Giuseppe Paschale Matta, Notaro Antonio Angelo Ledda-Segretaro».

I Delegati generali, sullo stesso documento, stesero la dispensa:

«Dispensiamo il vincolo esposto per essere Consigliere Don Nicolò Massidda, il quale nominiamo in tal qualità a luogo di Don Antonio Martino Massidda da noi per giusti motivi rimosso, e per l’altro posto già prima vacante nominiamo in detta qualità di Consigliere a Giammaria Cherchi, prevalendoci a tal uopo dell’autorità accordataci da S.E.».

Santulussurgiu li 20 giugno 1796.

Cav. Guiso Delegato di S.E.

Musso Delegato di S.E.

Questo documento attesta come i Delegati Generali, il 20 giugno, fossero ancora in Santulussurgiu, ove si trattennero fino al primo di luglio, posto che, in tale data il Consiglio Comunitativo di Santulussurgiu presentò ai predetti Delegati una seconda supplica, per rimuovere gli Arrendadori feudali perchè, a causa loro, la Comunità dovette «soffrire duri effetti di Ministri che hanno amato l’estorsione e la baratteria più della medesima Giustizia». (134)

L’8 luglio il Viceré scriveva ai Delegati Generali in Sassari: «Compiego loro tre suppliche una di Raimondo Pinna di Milis, la seconda di Don Raffaele Obino di Santulussurgiu, e la terza del Rettore di Florinas, affinchè sulle stesse provvedano, come sarà di ragione, ed in caso di dubbio mi informino».

Le predette suppliche dovevano riguardare la concessione del perdono concesso col Pregone del 9 giugno (136), stante che tutti e tre si erano compromessi con Giovanni Maria Angioi, specialmente l’Obino e fratelli che l’avevano ospitato sia all’andata che al ritorno da Oristano.

Riteniamo che Don Raffaele e il cognato Don Antonio Martino Massidda abbiano goduto del predetto perdono veceregio molto tardi.

Il 12 luglio giunse a Santulussurgiu, con quarantotto Dragoni Leggeri e la famosa Compagnia dei Volontari, il Capitano Fornery, piemontese, una lettera del quale, diretta al Viceré, lascia comprendere che l’accoglienza da parte dei lussurgesi fu poco calorosa. (137)

La truppa fu acquartierata nel Monte Granatico, dormendo su stuoie: «Sono anche a supplicarla di voler far munire questo Povero Distachamento delle Caserme cioè di Banche, Pagliaze, e Lenzuoli, per formazione di letti, avendo, fin dalla nostra partenza da Cagliari, corichato sempre su Stoje in terra».

Questi poveri soldati dovettero sentire tutta l’ostilità politica dei lussurgesi, se il Fornery, in altra lettera, del 2 agosto, diretta al Viceré, lamentò la miserabili condizioni di vita dei suoi uomini: «lascio dunque considerare all’E.V. la maniera con cui possono sussistervi questi indipendenti tanto più in paese tutt’affatto privi d’ogni sussidio, e sussistenza si di Parenti, che di viveri, non trovando nemeno a comprare un soldo di pane nè tampoco pane d’orzo, che in questo Paese generalmente mangiano principiando dalle prime Case. Su di quanto ho già esposto prego dunque all’innata bontà di V.E. aciò si degni far continuare a provedere a questo Dista.to la suddetta razione ho dalla Comunità, ho dai Beni e Frutti statti sequestrati ai suddetti due Delinquenti dove vi sarebbe bastanza materia, osia sostanze, per poter mantenere il Dist.to a loro spese senza essere a conto del Re nè a carico della Regia Cassa: Ecco quanto ho l’onore di significarlle nel mentre rassegnato sempre ai Veneratissimi ordini dell’E.V. più umile rispetto ho la sorte», ecc. (138)

Dalla scorretta lettera del Luogotenente Fornery si apprende quindi che i Delegati Generali, giunti a Santulussurgiu procedettero a destituire da Consigliere Comunitativo Don Antonio Martino Massidda, e incriminarlo con Don Raffaele e Don Agostino Obino, confiscando loro i beni e ordinando la contribuzione della carne necessaria alle truppe d’occupazione che il Fornery chiedeva fosse ancora somministrata.

Che fosse stato sequestrato il patrimonio dei predetti è detto in una lettera del Delegato di Giustizia di Santulussurgiu, Paolo Meloni, al Viceré, in data 9 agosto «...essendosi congregato il Consiglio Comunitativo in unione al Delegato Speciale l’Avvocato Francesco Carta a vista dall’Ordine a lui indirizzato per l’III.mi Delegati dell’E.V. a motivo di passar la provvista alla Truppa, che in codesta si trova Acquarteratta, attesoché fu sospesa la macellazione delle vacche degli inquisiti Don Antonio Martino Massidda, e di Don Raffaele Obino, restando però detti beni sottosequestro». Il sequestratario dei beni era lo stesso avv. Francesco Carta. (140) Dopo la sospensione della macellazione del bestiame degli Obino e Massidda, la truppa, in Santulussurgiu, si trovò in una situazione veramente drammatica se il Comandante Fornery il 16 agosto scrisse al Viceré alquanto allarmato:

«Su di quanto ho già esposto ne prevengho dunque V.E. a ciò mediante i suoi Ordini, sia questo Consiglio obbligato a provedere quanto e necessario al suddetto Dist.to faccendo provedere almeno il grano per il Pane, Lumo per il Quartiere, e Bosco per la cucina, che per il pret poi, già ne sono provisto dal Signor Comandante.

In caso contario poi, sarei a pregar V.E. a ciò si degni munirmi di quei ordini neccessari per potermi regolare nell’urgenza però, che questo Dist.to non sia provisto a cui per evitare qualunque ammutinamento o Diserzione, che potrebbe succedermi di questi Individui...». (141)

La truppa, da assediante era diventata assediata, pressoché costretta alla fame, se il suo comandante paventava un ammutinamento o la diserzione dei soldati. La Regia Cassa era senza fondi e i donativi senza versare!

La situazione, malgrado tanto spiegamento di forza, era tutt’altro che tranquilla: bande di insorti lussurgesi, sindiesi, bonorvesi e di altre località s’erano formate aggirandosi nelle montagne del Basso Montiferro, tanto che, il 20 luglio, il Consiglio Civico di Oristano scriveva al Viceré che «nelle montagne circonvicine squadriglie di uomini armati e facinorosi si aggirano minacciosi tanto da paventare una seconda invasione della città, per cui, dato l’esaurimento della scorta di polvere da sparo e di palle, si prega di provvedere in merito».(142)

San Leonardo di Settefuentes era diventato, con S. Antonio del Monte, di Macomer, il nido delle squadriglie dei rivoltosi che si alimentavano col bestiame sottratto dalle tanche dei filo-feudali e degli stessi baroni, dormendo nelle case per i novenanti, le cosidette «cumbessias» o «muristenes».

Se le truppe assediavano gli abitati, i ritoltosi, alla macchia, spandevano il terrore nelle campagne tanto che fu asportato il bestiame dei Fois di Bortigali e dell’avv. Pinna di Macomer come sparì varie volte ad opera di lussurgesi, bonorvesi, semestenesi, ecc., il bestiame dei Passino di Cuglieri e di Bosa. (143)

Questo disordine, e la continua minaccia delle squadriglie di assaltare Oristano, Sassari o qualche grosso villaggio e farne teatro di una guerra civile, spinse il Viceré a diramare una lettera circolare a tutte le persone di sua indiscussa fiducia, affinchè si adoperassero ad arrestare i Capi ancora alla macchia (144), fornendoli di speciali poteri; fu riservatamente spedita il 12 ottobre (145):

A Don Gavino Passino - Bosa
A Don Luigi Flores - Codrongianus
A Salvatore Villino - Padria
Allo scrivente Giuseppe Pasquale Cherchi - Santulussurgiu
A Don Francesco Marcello - Bosa
A Don Giuseppe Passino - Bortigali
A Don Giuseppe Michele Mearza - Ozieri
A Don Giovanni Battista Puliga - Ozieri
A Don Pietro Satta - Nulvi
A Don Felice Pinna di Putzumaggiore.

Da relazione pervenutami ieri ho rilevato il nuovo tentativo che da una numerosa quadriglia d’insurgenti è stato fatto contro il villaggio di Bonorva, e che presenta tutte le apparenze, che si pretenda essi inquietare l’intero Capo, e forse l’istessa città di Sassari.

La cognizione che ho, del noto di Lei zelo a prò della buona causa mi assicura, che Ella vorrà volentieri addossarsi l’incarico, che colla presente le do d’invigilare esattamente, e col maggior impegno, affinchè non si tenti qualche altro colpo contro qualsivoglia di codeste popolazioni, a qual oggetto autorizzandola, come espresso l’autorizzo, si prevarrà all’occorrenza delle cavallerie e infanterie Milizane di codesto dicastero, e di tutti quelli altri buoni, e fedeli vassalli, che Ella conoscerà portati per il Regio Servizio, e della patria, procurando di arrestare il corso ai progressi di detti insurgenti, con disfarli ed arrestarli ove sia possibile.

Assicurandola intanto, che farò presente a S. M., e che avrò presente anch’io il Servizio che renderà in quest’occorrenza, come non ho tralasciato, nè tralascerò di fare, per gli altri interessanti, che finora ha resi, e che le verrà resa quella giustizia, di cui è meritevole, le compiego una nota dè soggetti ai quali in quest’occasione ho incombenzato similmente per lo stesso oggetto affinchè siano tra di loro in corrispondenza, e possano darsi avviso l’uno all’altro per aiutarsi vicendevolmente, e combinare fra loro le operazioni e disposizioni da poter dare».

Giuseppe Pasquale Cherchi era l’Amministratore della Marchesa d’Albis, feudataria del Marchesato di Santulussurgiu e Sennariolo, detto di Settefuentes e per tanto era uomo di tutta fiducia della «giusta causa».

Alla lettera viceregia, promettente sovrane ricompense, tutto latte e miele, solleticante le ambizioni umane, il Cherchi rispose subito in data del 18 stesso mese

«Eccellenza

All’ossequosissimo, e riveritissimo foglio di V.E. ho l’onore di significarle che all’istante ricevuto il medesimo, non ho trascurato d’eseguire quanto V.E. mi commanda, assicurandole, che dal canto mio esattamente farò tutte quelle diligenze, che ne richiede una simile incarica, e procurerò in tutto e per tutto compiacerle.

A tal oggetto ho prontamente avvisato i Capitani di Cavalleria, ed Infanteria Miliziana, prevenendo loro, che a nome dell’E.V. tenessero pronte, e preparate le Compagnie, a qualsiasi occorrenza, a prò della buona Causa: come si ho incaricato all’Uffìziale di Giustizia e Capitano di Barraccelli, ch’anche essi invigilassero su di questo e maggiormente di quelli forestieri che vengono ad ospitare, che non siano de gl’insurgenti, chiedendo loro il nome, la patria e dove l’albergo. Ho stimato anche opportuno fare gl’istessi passi con la popolazione viccine e a tal effetto n’ho spedito un mandato all’Uffiziali di Giustizia del luogo, per esser su l’avviso, e prevenirne le Cavallerie, ed Infanterie, che al primo avviso siano pronte ad invigilare, a che non siano assaltati da qualche quadriglia, che in caso darmene pronto avviso per secondare i voleri di V.E. Questo è quanto per ora devo ratificarle, compromettendomi, che di tanto in tanto, quando ne sia d’uopo di renderne avvisata l’E.V. dell’operatto.

Sto agli ordini dell’E.V. per eseguirli coll’efficaccia che ne sia possibile, che con tutto rispetto, ed ossequiosa venerazione sono dell’E.V.

S.tu Lussurgiu li 18 ottobre 1796.

Dev.mo Um.mo Obb. Sudito e Servitore Giuseppe Pasquale Cherchi». (147)

A Giuseppe Pasquale Cherchi la messa delle mani negli ingranaggi della scottante situazione gli costò cara, come si vedrà.

Durante i moti antifeudali del ’95 e primi mesi del ’96 il Consiglio Comunitativo di Santulussurgiu, senz’attendere la riforma del regime delle terre e dei tributi, procedette, per suo conto, ad occupare i terreni della Commenda di S. Leonardo.

Il 13 ottobre il Viceré inviava un ordine perentorio perchè si presentassero nella Regia Segreteria di Stato il Sindaco Don Nicolò Meloni e il prò sindaco Don Nicolò Massidda, ordine comunicato con intimazione dal locale Delegato di Giustizia Paolo Meloni. (14S)

Data la tarda età il Meloni fu dispensato dall’osservanza dell’ordine predetto, e si recarono a Cagliari il Pro Sindaco e l’Assessore filo-angioino Giuseppe Pasquale Matta, sotto minaccia di una multa di 200 scudi e altre pene ad arbitrio del viceré ove non si fossero presentati entro otto giorni.

A cospetto del Viceré al Massidda fu ordinata l’immediata restituzione delle terre alla Commenda sudetta, la resa dei conti dei fitti maturati per le terre occupate, a decorrere dal giorno dell’occupazione, imposizione di indennizzare l’arrendadore nella persona del suo procuratore Don Michele Porcu.

Nel contempo il Viceré comunicò che sarebbero stati dati «gli ordini opportuni perchè la Chiesa di San Leonardo venga riparata e messa in decente stato di culto».

Il 6 dicembre 1796 il Viceré scrisse al Consiglio Comunitativo dando conto delle predette richieste:

«E siccome fintanto che quest’affare venza interamente terminato faccio trattenere qui il detto Cav. Massidda così non dubito, che si farà codesto Consiglio tutta premura per prontamente rimettere gli recapiti necessari, e rispondere su quanto contiene, in questo foglio, mentre in difetto prenderò altre risoluzioni per rendere imparziale giustizia a chi la merita» (149). E Don Nicolò Massidda, sottoposto al ricatto del Vivalda, rimase, così, in ostaggio della Segreteria dello Stato.

Questo gesto viceregio fu compiuto non «per render giustizia a chi la merita» e restituire le terre alla Commenda, ma per non accettare un atto suggerito dall’Angioi, posto che l’occupazione delle stesse terre, secondo il Viceré, fu una «mal consigliata usurpazione»; visto che l’Arrendatore delle stesse terre non provvedeva al riparo della Chiesa, questione di cui ebbe a occuparsi l’Angioi, nel viaggio verso Sassari, per occupare il posto di Alternos, per non esser da meno di questi il Viceré se ne volle occupare personalmente.

Si chiudeva cosi il 1796 lussurgese alquanto movimentato e si iniziava il 1797 con episodi non meno sanguinosi e tragici.

Note

* In: Felice Cherchi Paba, Don Michele Obino e i moti antifeudali lussurgesi (1796 - 1803), Editrice Sarda Fossataro, Cagliari 1969, pp. 68 - 78.
(126) Docum. n. 6 - n. 7 in appendice.
(127) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato, Serie II, voi. 1695, lettera del Cav. Passino Gavino al Viceré del 14 giugno; Processo Angioi - Pag. 139.
(128) Costa E. - Sassari - op. cit., vol. II, pag. 33.
(129) Più propriamente il Viceré intendeva dire: «terrore»!
(130) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 986.
(131) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 986.
(132) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 986.
(133) Don Antonio Martino Massidda fu il secondo a firmare il documento di Oristano e perciò fu considerato fra i capi più in vista e quindi rimosso da consigliere del Consiglio Comunitativo; non così Francesco Serra, il quale, malgrado fosse firmatario del documento, fu ritenuto beneficiarne del perdono concesso dal Pregone Viceregio del 9 giugno, come per il resto devono averlo goduto tutti i vassalli lussurgesi.
(134) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 1695.
(135) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 186.
(136) Su questo perdono circolò in Cagliari un sonetto dialettale, con la coda, non certo conformista e convincente:
In occasioni de su Reali Diploma de sa di 8 de Santu Anni Sonettu
Torva e torra a torrai tristura in palas,
Lassa loghu scundida, a s'allerghia 
Cuncuraus, seu Saldu, e po su Rei... Maria!
Mancai innoi mi prantesint is scalas

Ma cussu funt andaus 'in oras malas
Allirgamenti immoi Saldigna mia
S’Arcibiscubu ha molta cun sa ghia
De babbu Impera tottu is cosas malas.

Ita fia cudda paura chi tenemus?
E indi narant e cosas?... ma forsi
Nos fattu sa paba a su chi femus?

Su rei imbia su peldonu, e imbiad’a nai:
De custu contu non di feuddemus
Deus iddi ongat contu a disiggiai!

Leh! po fai biri chi ddu stimu
Giuliano Arras Piscadori de domu.

Che vuol dire quel «Leh»?
Quando in Sardegna al nemico gli vengono lanciate le «fiche» in segno malefico esclamano: «Leh!» ossia «prendi!». E in questo caso il sonetto si conclude molto sibillinamente per la monarchia!!!

(137) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 2156.
(138) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 2156.
(139) Il Delegato Speciale fu nominato dai Delegati Generali Viceregi per impartire le disposizioni ricevute da questi.
(140) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 2156.
(141) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 2156.
(142) Arch. Comunale di Oristano - Protocollo atti civici - 1796.
(143) Arch. di Stato - Cagliari - Segret, di Stato - Serie II, voi. 2156-2157-2158. 
Il giudice Lavagna in una lettera diretta al Reggente e al Viceré da Alghero, il 19 aprile 1796, comunicava che, «in ogni luogo», avvenivano omicidi e furti di greggi che si attribuivano ai Tiesini, Bonorvesi e Ittiresi. «E' certo che la montagna di Tiesi è il serbatoio del bestiame rubato. Anche qui, nei territori di Valverde, vicino alla città, ieri sera è stata tolta da una squadriglia di gente armata una intiera greggia al Sig. Conte di Minerva». (Costa E. - Assedio di Alghero - op. cit., pag. 22.
Le montagne di San Leonardo e Scano non avevano al riguardo nulla da invidiare da quelle di Tiesi, posto che i lussurgesi applicavano, come i tiesini, la legge del taglione: per ogni capo bestiame dei rivoltosi sequestrato e mattato dai delegati viceregi o di giustizia se ne asportavano dieci e, per non stare a contare, tutta la mandria o il gregge di un realista. E il conto era sempre in profitto!
(144) Altri implicati e poi arrestati per i moti del 1796 furono: Giov. Pintus di Bonorva - Antonio Deledda di Potzomaggiore - Antonio Demontis di Villa Monteleone - Gius. Ant. Angeloni di Tempio - Salv. Murgia di Aritzo - Raffaele Pinna di Sassari - Vincenzo Serra di Siamanna - Gius. Cossu di Siapiccia -Franc. Ant. Carrus di Narbolia - Franc. Zoccheddu di S. Vero Milis - Angelo Mamusi Cossu di Bonorva - Salvat. Mascia di Ploaghe - Arch. di Stato - Cagliari - Segr. di Stato - Serie I, voi. 534, pag. 96 tergo.
(145) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 986.
(146) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol, 2157.
Altra spia che comunicava tutti i fatti del Costaval e del Marghine era certo Francesco Demontis di Bosa, domiciliato in Bonorva, sposato a una Contini; informava il Veghiere reale di Bosa e questi il Viceré, dei passi dei fuggiaschi. Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Vol. 2157.
(147) La chiusura della lettera e la firma sono d’altra mano.
(148) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie II, vol. 2157; serie I, vol. 986, pag. 561.
(149) Arch. di Stato - Cagliari - Segret. di Stato - Serie I, vol. 986, pag. 589 retro. Questo documento prova i pochi scrupoli dei Savoia se giunsero anche al volgarissimo ricatto.

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